Credo che sia giunto il momento di fermare le macchine e cercare di recuperare quel poco che si può recuperare di due generazioni immerse nel pantano dell'appaio-quindi-sono.

Trainati dalla tragica medialità dell'incidente di Casalpalocco in cui ha perso la vita il piccolo Manuel di 5 anni per una questione di like, stanno emergendo dalla cronaca locale altri episodi che hanno a che fare con l'uso deviante della medialità, ovvero quando il numero dei like è gerarchicamente superiore al rispetto delle regole. Per capirci, possiamo portare due esempi recenti.

La  vicenda del sedicenne senza patente che «ruba l'auto alla mamma e guida a "caccia" di like per Tik Tok»; lo fa per due notti insieme ai suoi amici pubblicando i video in aperta sfida alle forze dell'ordine sulla pagina intitolata «maresciallo ci/prendi» [Today].

Oppure il video che «riprende un bambino di pochi anni addirittura alla guida di un potente scooter mentre chi lo accompagna, presumibilmente un parente prossimo se non il padre, lo riprende con il cellulare. I due, rigorosamente senza casco, trovano il tempo di rivolgere anche un messaggio alla madre del piccolo protagonista che, sempre secondo loro, dovrebbe anche andarne fiera» come riferisce il deputato Francesco Emilio Borrelli. Sono, continua il deputato, «orde di incoscienti che proseguono imperterriti nel loro delirio di visibilità a scapito della sicurezza dei figli. Considerati sempre più soggetti da mostrare mentre compiono bravate che non esseri umani da tutelare, accudire e formare affinché diventino il futuro della nostra comunità» [Ansa].

E se i Social sono la causa-prima per cui una persona si comporta fuori dalle regole sociali, in tal caso va eliminata la causa, ovvero l'accesso ai Social Network e il recupero a una socialità responsabile attraverso la frequenza a per-corsi di recupero obbligatori; e se si tratta di minori, il recupero deve coinvolgere i membri della sua comunità adulta di riferimento e non è detto che debbano essere solo e sempre i genitori.

Semplicemente e solo per alzare un minimo argine, occorre sanzionare i comportamenti in violazione dei codici in primis con il silenziamento mediale, per un periodo più o meno lungo a seconda della gravità dei fatti contestati, anche con provvedimenti di urgenza, per evitare sia la reiterazione, sia l'emulazione e il consenso, che costituirebbe un premio per comportamenti anti-sociali, che non ci possiamo più permettere. Tutto questo non può essere lasciato alla decisione e all'autoregolamentazione dei privati gestori dei Social, non può essere lasciato al loro buon cuore, ma deve avere regole pubbliche, codificate.

Senza questo, le multe, le sanzioni e persino il carcere potrebbero diventare motivo di vanto per chi sta vivendo nel tempo di questa regola d'oro: chi fa successo, chi è noto, è intoccabile, incriticabile, inarrivabile, un dio; una regola d'oro che è stata accettata supinamente anche da buona parte del mondo educante, anche nella scuola, anche nell’associazionismo e persino negli oratori, dove l'analisi e la critica dei comportamenti mediali viene dopo aver visto il successo o meno tra coloro che si dovrebbero educare.

Che il successo arrivi perché si canta di droga e violenza ad un pubblico sempre più bambino o per una challenge cui i giovanissimi partecipano in massa con i propri like o per movenze allusive in età da bambole e macchinine pare non interessare granché. Chi ha tanti followers diventa la regola al di là delle regole. Si supera la regola per diventare regola. Con buona pace della Stato di diritto e della società democratica.


Marco Brusati
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