In silenzio si pensa meglio

Il fatto è tristemente noto: a Casalpalocco, Roma, un Suv Lamborghini noleggiato dal gruppo di YouTuber 'The Borderline' ha travolto una Citycar con a bordo una mamma che era appena andata a prendere i suoi bambini all'asilo, uccidendo il suo piccolo Manuel di 5 anni e ferendo lei e la sorellina.

Il gruppo stava facendo una delle tante sfide Social, ovvero guidare per 50 ore consecutive un'auto di grossa cilindrata. Il conducente, di 20 anni, è risultato positivo ai cannabinoidi ed è indagato per omicidio stradale. Degli altri si sta verificando l'eventuale corresponsabilità.

Indignarsi è giusto, doveroso, necessario quando muore un bambino colpito dall'auto in corsa di ragazzi che stavano facendo una sfida Social. Indignarsi, fare dichiarazioni, chiamare esperti della prima e dell'ultima ora finché dura l'interesse non basta più: non basta più perché il fenomeno delle challanges (alias le sfide) sui Social Network ha raggiunto e superato livelli sociali di guardia e gli strumenti preventivi, normativi e anche quelli repressivi non hanno più efficacia. Le sfide sui Social sono non accessoriamente, ma ontologicamente strutturate per andare oltre il limite, talvolta anche della Legge, della sicurezza propria ed altrui. Come il caso dei due influencer morti per una sfida a chi beveva più superalcolici.

«Le sfide all'eccesso, il fuori-norma, il fuori-regola (...) sono modalità percepite come semplici per guadagnare notorietà e denaro velocemente, attirando la pubblicità dei marchi, diretta o indiretta, all'interno dei video: ciò che importa, per dirla in breve, sono i numeri che fai, non come e perché li fai; se ti abbrutisci o abbrutisci gli spettatori non è un problema per chi guarda i numeri ed il valore che ai numeri viene dato; detto per inciso, si sono buttati oltre due millenni di elaborazione del concetto di persona, unica, irripetibile, bene e fine in sé, non strumento».

Un problema che non si sta vedendo è che questa cultura è radicata non solo nelle nuove generazioni, ma anche negli adulti che dovrebbero limitare, seguire, arginare, guidare, orientare, in una parola, educare: «persino ai bambini trasmettiamo -in pensieri, parole, opere e omissioni- un sistema di pensiero secondo il quale prima di tutto c'è il diventare famosi, noti, conosciuti, emersi dalla massa, invidiati, ammirati, pieni di soldi, ad ogni costo e con ogni mezzo» anche con azioni non 'al limite' ma 'oltre il limite'. Perché, se già l'incidente in sé può dirsi anche solo una tragica fatalità, è in sè un problema se dopo l'incidente gli YouTuber pare continuassero a filmare «come ha riferito Alessandro Milano, amico della famiglia Proietti e papà di un amichetto di scuola di Manuel». [Ansa]

A questo punto occorre o alzare bandiera bianca o usare l'ultima carta possibile, certo non facile ma che possa porre un freno all'abuso dei Social Network, cioè quando questi ultimi diventano la finalità e quindi la causa scatenante delle condotte devianti, che, se non avessero diffusione, non sarebbero poste in essere. Diventa improrogabile che lo Stato esca dalla subalternità nei confornti dei potentati mediali globali e, con adeguato iter parlamentare, decida quantomeno e come minimo di chiudere i profili Social di chi delinque, di chi promuove azioni contro la Legge tra cui il Codice della Strada dove c'è una 'guerra' che nel solo 2022 ha fatto 1.489 morti e 42mila feriti. Il che, credo sia pure la modalità residuale per educare alla consapevolezza chi ne ha abusato insieme ai followers di chi compie azioni fuorilegge. Esiste già l'apologia di delitto dell'art. 414 del Codice Penale, ma non basta, in punta di diritto. Chiudere i Social Network per via giudiziale è ora una cogente necessità. Da normare alla svelta. Perché, mentre noi parliamo, i followers di chi è indagato per la morte di Manuel rischiano di crescere.

 


© Marco Brusati
Contatti
Crediti fotografici-Info
MD1-I1 di Alexas-free
da Pixabay
Licenza Pixabay