Non serve sapere tutto, serve sapere come

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Dopo l’accoltellamento dell’insegnante da parte dello studente tredicenne a Trescore Balneario, è partita la consueta caccia alle streghe cui dare la colpa, dalla famiglia, alla scuola, ai social, guidata da blasonati commentatori mainstream, scrittori, docenti, esperti di vario curriculum.

Si è scoperto che il giovanissimo aggressore aveva annunciato su un social l’intenzione di uccidere l’insegnante, arrivando poi a filmare l’aggressione in diretta. Accertare chi fosse collegato in diretta è compito delle autorità di polizia, così come spetta alla magistratura verificare eventuali livelli di collaborazione, sostegno o incitamento all’azione criminosa — se mai ve ne siano stati. Su questi temi, un bel tacer non fu mai scritto.

Come un riflesso pavloviano, il mondo dell'informazione e dell'infotainment si attarda sui dettagli più estremi della vicenda, alimenta lunghi dibattiti e scontri di opinioni, perché è nel meccanismo dello scontro che nascono gli engagement, che generano attenzione, e l’attenzione, a sua volta, genera denaro. Peccato che anche questo modus operandi rientri a pieno titolo in una delle strutture portanti e problematiche dell'ecosistema mediale in cui abbiamo immerso anche i bambini: si tratta del premio per condotte, idee, processi conflittuali. Una struttura che possiamo chiamare conflitto premianteLo stesso conflitto che ha bisogno, per sopravvivere, di individuare un nemico, un avversario, un te-contro-me cui attribuire una colpa qualsiasi. Lo stesso conflitto è divenuto brodo di coltura per la costruzione di identità-contro, evidenziata dall'episodio avvenuto nella bergamasca.

Per capire che non si tratta di esercitare un'ovvia condanna di un gesto violento fortunatamente non irreparabile, si possono vedere alcuni esempi quotidiani di questo contro che è stato accettato, magari inconsapevolmente ma accettato, normalizzato, mentre è ingegnerizzato: contro i genitori che non soddisfano i desideri d’acquisto; contro chi non ha la felpa firmata; contro chi non gioca — magari di notte — sulle piattaforme online; contro chi non ascolta la musica distribuita gratuitamente dal gotha dell’industria globale; contro chi va a Messa la domenica oppure crede che esista un Creatore. Contro. Punto.

Perché è il contro che genera denaro e per massimizzarlo c'è bisogno dei bambini. E su questo altare sono state sacrificate tre generazioni mediali. La circolarità tra online e offline ha fatto il resto: le dinamiche apprese negli ambienti digitali si sono trasferite nelle relazioni quotidiane, faccia a faccia, dove davanti non c’è più uno schermo ma persone in carne e ossa.

E mentre si invoca l’abolizione dei social, sfugge un punto essenziale: i social sono un problema secondario, derivato, non primario.  Il problema primario è aver accettato che i bambini diventassero consumatori mediali, oggetti di pratiche persuasive dentro un ambiente che non dovremmo più esitare a definire abusante per l’infanzia.

Non c'è stato scandalo ma tutt'al più un'alzata di spalle o sopracciglio con sottinteso "e che ci vuoi fare, il mondo va così" di fronte a dati come quelli diffusi da Save the Children, secondo cui in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni (32,6%) usa lo smartphone tutti i giorni, con una netta prevalenza al Sud e nelle Isole, dove la quota sale al 44,4%. Ad un’età vietata, il 62,3% dei preadolescenti (11-13 anni) ha almeno un account social e il 35,5% più d'uno. Non basta: secondo una ricerca del Centro per la Salute del Bambino Onlus di Trieste, insieme all’Associazione Culturale Pediatri e ripresa dal Corriere, il 30,7% degli intervistati dichiara di lasciare “qualche volta o spesso” il cellulare in mano al figlio prima dei 12 mesi. Percentuale che sale intorno al 60% nella fascia 12-24 mesi.

Tutto questo è stato accettato: l'archetipo è rappresentato dai tanti social-smartphone che fanno da babysitter a bambini in ciuccio e pannolino al centro commerciale o al ristorante. Manca, ed è qui che dobbiamo fissare un nuovo inizio, la condivisione, ferma, precisa e senza arretramenti, che l'infanzia va custodita da questa medialità persuasiva e conflittuale. Altrimenti si produce uno spostamento, una traslazione, non una soluzione, almeno in itinere. Aboliamo i social? Li vietiamo? Va bene, ma se vengono sostituiti da altre forme più sofisticate come le chat generative, solitarie o, in futuro, di gruppo, cosa cambia? 

Nel frattempo, però, si è costruito — per necessità di sopravvivenza — un sistema, anzi un ecosistema mediale ontologicamente non più sostenibile per una crescita equilibrata. Un ecosistema che, tra le altre cose, consente e favorisce l’aggregazione delle peggiori istanze sociali. Come si vede nel caso del 13enne accoltellatore. Come non si vede quando si normalizzano, si ignorano e si favoriscono condotte che le preparano, salvo poi tornare a discuterne quando succedono. 

Marco Brusati
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