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Nativi digitali, generazione Zeta, generazione Alfa: le categorie con cui abbiamo finora descritto le generazioni digitali non bastano più.
L’accelerazione tecnica, sociale e cognitiva prodotta dall’ecosistema digitale ha compresso i tempi di mutazione delle culture giovanili e reso inadeguate le classiche etichette — dai nativi digitali alla generazione Alfa — utilizzate per interpretare la crescita nell’era medializzata.
Oggi, di fronte ai bambini nati dal 2020, diventa evidente che serve definire qualcosa di diverso: una nuova coorte, una nuova generazione, un nuovo inizio. Senza questa distinzione, non è possibile garantire la protezione necessaria a un’infanzia che vive in un ambiente mai sperimentato prima.
Per anni, la generazione Alfa (2011-2025) è stata considerata un unico blocco, comprendente bambini e adolescenti dai primi mesi fino ai quattordici anni. Un intervallo troppo ampio, che finisce per nascondere differenze radicali: cognitive, linguistiche, relazionali, ma soprattutto mediali. Mettere nello stesso gruppo un bambino di tre anni e un ragazzo di tredici significa perdere di vista il cuore del problema.
La vera discontinuità, oggi, non è tra analogico e digitale, ma tra chi è nato prima e dopo il 2020. I bambini che oggi hanno da zero a sei anni non stanno entrando nel digitale: ci sono nati dentro, senza filtro e senza un'adeguata consapevolezza della generazione adulta precedente, che digitalmente adulta non è.
Per questo è necessario introdurre una nuova categoria: la generazione Alfabeta.
Una categoria che non è un'etichetta descrittiva: è un passo per dire che dobbiamo ricominciare da loro e da capo, per ridefinire criteri, strumenti e responsabilità.
Gli Alfabeta non hanno ancora sviluppato capacità critica, ma vengono raggiunti da flussi di contenuti e stimoli difficili, se non impossibili, da comprendere e controllare anche per gli adulti. Sono bambini che vivono in una precocissima ed ingestibile accelerazione cognitiva e simbolica. In questo senso, sono davvero una generazione in beta test: non perché sperimentano la tecnologia, ma perché la tecnologia sperimenta su di loro.
Neil Postman aveva già previsto che i nuovi media avrebbero eroso la distinzione tra infanzia ed età adulta. Oggi questa dissoluzione tocca il suo punto più delicato: la prima infanzia, quella fascia che dovrebbe essere protetta da ogni sovraccarico cognitivo e simbolico, non immersa in esso.
Per questo la generazione Alfabeta richiede la massima protezione educativa, culturale e normativa. Non si tratta di un aggiornamento delle categorie precedenti, ma di un completo cambio di prospettiva: se vogliamo proteggere davvero i più piccoli e con loro proteggere tutti, dobbiamo ricominciare da capo.

Marco Brusati
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generata dall'AI su Canva

