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Dalla metà dell’Ottocento, con l’espressione questione sociale si è soliti indicare l’insieme delle problematiche economiche, politiche e culturali generate dai profondi mutamenti legati allo sviluppo industriale.
L’uso di questa espressione segnala, in controluce, la progressiva presa di coscienza che i gravi problemi prodotti dalle rivoluzioni industriali andavano affrontati come un corpo unico, interpretabile attraverso chiavi di lettura anche opposte, come il Manifesto del Partito Comunista (1848) e la Rerum novarum di Leone XIII (1891).
Oggi ci troviamo in una nuova epoca rivoluzionaria. Dagli inizi degli anni Duemila siamo infatti entrati nella quarta fase della Rivoluzione Digitale, iniziata a metà Novecento con i calcolatori elettronici e i transistor, proseguita negli anni Sessanta e Settanta con la miniaturizzazione dei computer e, negli anni Ottanta e Novanta, con la diffusione globale di Internet. La quarta fase segna un cambio di passo radicale: un’accelerazione, o meglio un’impennata, dovuta alla pervasività con cui smartphone, tablet, social network e intelligenza artificiale plasmano le relazioni umane, sostituendole con interazioni surrogate e governate da pochissimi soggetti globali.
Eppure, la questione mediale non è ancora giunta al livello di consapevolezza che la questione sociale ebbe nel suo tempo. Essa dovrebbe partire dalla presa di coscienza collettiva che i cambiamenti già avvenuti — non solo quelli futuri legati all’intelligenza artificiale — hanno toccato in profondità le coordinate antropologiche dell’umano, modificando radicalmente lo spazio (non più solo fisico), il tempo (non più scandito da ritmi come lavoro/festa, veglia/sonno), le gerarchie di potere e le relazioni sociali.
Che ci sia spazio per la maturazione di una questione mediale lo dimostrano alcuni segnali. Si moltiplicano i convegni su intelligenza artificiale, rischi e opportunità future, trascurando che essa già agisce come strumento di controllo e orientamento fin dall’infanzia. Si parla di responsabilità genitoriale nel monitorare l’attività mediale dei figli, dimenticando che i genitori stessi appartengono alla generazione mediale e che occorre ricostruire criteri di giudizio in chi non ha mai vissuto senza smartphone. Si denunciano i pericoli della rete, trascurando che il sistema educativo tollera come un fatto inevitabile l’ingresso dei bambini in social network a loro vietati. Si limita l’uso degli smartphone a scuola, scelta non priva di ragioni, ma si ignora che pensieri, valori e criteri di giudizio degli studenti sono già potentemente orientati da algoritmi quando si trovano fuori dagli istituti scolastici. Per questo la questione mediale può essere affrontata solo in maniera olistica: non analizzando singolarmente le tecnologie (intelligenza artificiale, smartphone, social) o i problemi media-generati (cyberbullismo, sfide, dipendenze), ma la loro interazione sistemica nell’impattare sugli esseri umani, in particolare sulle nuove generazioni e, in modo ancora più urgente, sull’infanzia.
Dopo il fallimento del sogno di Internet come strumento di progresso delle relazioni umane, dopo la disillusione riguardo agli smartphone e ai social network come mezzi di connessione per il benessere, la questione mediale deve necessariamente assumere un approccio analitico-critico.
Seguendo la traccia della questione sociale, essa dovrebbe fondarsi su tre pilastri: presa di coscienza, visione olistica, approccio analitico-critico. Per questo non è eccessivo affermare che la questione mediale è, a tutti gli effetti, la questione sociale del XXI secolo.

Marco Brusati
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