Il silenzio di fronte al male è male di per sé.
Non parlare è parlare. Non agire è agire. (D. Bonhoeffer)

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«Un reel su Instagram da 450mila visualizzazioni, 8mila like e oltre 1.200 commenti: il talento di don Alberto Ravagnani come influencer da 270mila follower è indiscusso, ma la sua ultima uscita ha fatto il botto con il passaggio del 32enne sacerdote milanese autentico fenomeno social a testimonial di un integratore per chi fa vita attiva. 

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Uno spot, in altre parole» (F. Ognibene su Avvenire).

Il caso è noto, così come erano prevedibili le reazioni divisive di chi sostiene che un prete non dovrebbe promuovere un prodotto e chi invece sostiene la bontà dell'iniziativa perché così si raggiunge chi la Chiesa non raggiunge più, soprattutto i giovani. 

Spostiamoci un passo di lato rispetto all'episodio con un'analisi sintetica.

Anzitutto, nelle comunità di rete – di cui i social sono l'attuale espressione ottimizzata – il conflitto produce maggiori engagements, ovvero interazioni. Attirando attenzione, il conflitto genera valore e produce denaro. Tuttavia, non dobbiamo pensare al conflitto solo nella sua accezione classica, quando due persone litigano verbalmente o fisicamente e ci fermiamo a guardare il relativo video o la scena per strada. Questo tipo di conflitto crea certamente attenzione ed engagements: ne è prova il fatto che, in questi giorni, anche al bar si parla di una rissa in Parlamento, mentre non si conosce nulla di partiti o attività legislativa.

Nelle comunità di rete, il conflitto però non è solo questo e si manifesta a diversi livelli: tra gruppi e sottogruppi, tra generazioni, tra stili di vita e preferenze di acquisto, tra pensieri, idee e convinzioni etiche o politiche, tra utenti di social diversi, tra chi partecipa ai giochi online e chi no, tra chi accetta le regole del proprio stato o della propria professione e chi se ne tira fuori. Questo conflitto è utile, funzionale e strutturale alla sopravvivenza delle comunità di rete e si traduce concretamente in atti di rottura, trasgressione, frattura della norma e della normalità, e in altre azioni divisive, non contingenti, ma strutturali.

In secondo luogo, anche sui social esiste la Legge dei rendimenti decrescenti: se si aumenta continuamente un solo fattore produttivo, mantenendo invariati gli altri, il rendimento cresce sempre meno, fino a diventare trascurabile o addirittura negativo. È il caso del seme di frumento gettato in quantità sempre maggiore nello stesso campo che fa crescere una quantità di spighe tale da soffocarsi tra loro o da sterilizzare il terreno. Ora, se applichiamo questa legge al mondo digitale, vediamo che l’attenzione – la vera risorsa da conquistare – funziona esattamente così. Per mantenerla occorre investire sempre di più.

Siamo al punto finale: l’investimento richiesto non è in denaro o in tecnologia, bensì in conflitto-come-rottura: regole, ruoli, identità. L’algoritmo non si nutre di coerenza, ma di fratture. Per questo, quello che prima bastava, oggi non è più sufficiente: i rendimenti decrescenti obbligano a moltiplicare rotture per restare visibili.

La regola del mero mantenimento del successo ha questo prezzo.

L’alternativa è accettare che, a un certo punto, si possa perdere consensi per non andare oltre quel confine che segna l’essere e il non essere missionari digitali. Del resto, la predisposizione alla sconfitta secondo i criteri del mondo è parte integrante dell’identità cristiana, e questo non può essere trascurato. 

Ma chi oggi è davvero disposto a perdere quella gratificante visibilità conquistata a fatica?


Marco Brusati
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