[Disclaimer: questo testo di analisi e critica presenta contenuti che potrebbero urtare la vostra sensibilità]

Com'è noto, Chiara Ferragni ha deciso di devolvere il compenso per la partecipazione al prossimo Festival di Sanremo a D.i.Re -  Donne in rete contro la violenza che gestisce oltre 100 Centri Aniviolenza.

L'imprenditrice e influencer ha deciso di «usare il palco di Sanremo per dire no alla violenza alle donne davanti a milioni di telespettatori e, di rimbalzo, anche di fronte ai suoi 28 milioni di follower nel mondo» [Avvenire].

Ogni gesto pubblico e pubblicizzato, si presta ad una doppia intepretazione, come testimoniano gli applausi sui Social e le voci critiche rappresentate da Selvaggia Lucarelli o Max del Papa, giusto per citarne alcune. Non sono qui per gettarmi in una polemica sterile e acchiappalike, ma per capire senso e conseguenze di questa pubblicità, che mi pare finalizzata a mettere al centro del Festival l'«antiviolenza» e il rispetto della donna ad ogni latitudine; questa centralità tematica pare rafforzata dall'ipotetica presenza di Giulia Salemi, l'influencer che ha tenuto alla Camera dei Deputati un discorso in occasione della giornata contro la violenza sulle donne dello scorso novembre [cf., tra gli altri, Il Mattino].

Diamo dunque per acquisito e senza alcun retropensiero che il gesto beneficiente sia buono e che, veramente e giustamente, il Festival di Sanremo si voglia fare portavoce della cultura del rispetto della donna, della sua protezione e in primis della sua integrità psicologica e fisica. A questo punto, dobbiamo però chiederci: perché allo stesso Festival si invita un artista come Rosa Chemical che in questo momento sul Web sta de-cantando una donna-oggetto sessuale; una donna chiamata per antonomasia «put**na»; una donna oggetto di descrizioni pornografiche?

È possibile, per esempio, ascoltare il brano «Lobby way» cliccando sull'icona sottostante.

Oppure è possibile ascoltare il brano «Polka 2» cliccando sull'incona sottostante: si tratta del 'seguito' del brano «Polka» che l'ha reso famoso.

In queste due canzoni, prese ad esempio, troviamo questi versi.

- «Bdope, chiama due bitches»: le donne sono put**ne per antonomasia; la scena Trap ci ha abituati a questo linguaggio, ma ciò non toglie che sia ancora offensivo. 

- «Si succ*iano il ca**o per like e follow (Pah). Lei me lo succ*ia per polveri (Bu). La mando a casa con un tossico (Bu-bu). È un buco nell'head (Pah). Spari addosso come schiz*i sopra alla tua tipa (Slime). Tutti in faccia come questi piercing (Okay)». Oppure «Dice che vuole il ragazzo sporco (Ah). La sbatto col ca**o che sa di tonno (Ah)». L'oggettizzazione pornografica della donna presente questi versi si commenta da sé. 

- «Ho una bi*chass  che sta nuda in macchina»: anche qui la donna è chiamata put**na. «Ho» - dice- come se si trattasse di un oggetto sul sedile.

Qualcuno, come capita, potrebbe obiettare che sul palco festivaliero queste cose non si cantano e fin qui sono d'accordo. Ma, francamente, ci sono due punti in cui questa obiezione fa acqua. La prima: un artista è invitato nella categoria dei Big per una storia artistica, che non possiamo per questo ignorare. La seconda: sul web non c'è nemmeno un prima e un dopo; in rete una canzone o c'è o non c'è; in rete si vive un presente eterno, per cui, mentre un artista canta durante il Festival, sta cantando  contemporaneamente anche negli smartphone.

So che sto buttando una bottiglia nel mare. Tuttavia, senza giudicare o condannare l'artista-persona che non agisce mai da solo e che può sempre cambiare la sua linea produttiva, mi auguro che almeno una persona possa prendere coscienza che i giovanissimi fruitori di questo tipo di progetto artistico hanno per primi bisogno di essere educati, sempre, anche e soprattutto al rispetto; non fanno eccezione, in questo processo educativo, le canzoni che ascoltano, perché l'educazione è cosa di tutti, non solo di famiglia e scuola; l'educazione è armonia tra le parti per il bene di una persona che si rispecchia poi nel bene comune. Nessuno, con le sue scelte, se ne può chiamare fuori.


© Marco Brusati
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