«Fa un balletto con un bambolotto indossando la divisa, in ospedale, anche se in quel momento non sta lavorando. Poi fa un video, lo pubblica su Tik Tok e finisce nel mirino.

È successo a un’operatrice sanitaria dell’ospedale di Lodi che poi è stata spostata dal suo reparto in un altro ospedale dell’Asst» [Il Cittadino]. Ci sono problemi più grossi. Il problema è a monte. E va beh, ma che male c'è? Sempre i soliti bacchettoni. Ma poveri medici e infermieri, in qualche modo dovranno pur scaricare la tensione in un periodo balordo come questo. Che problemi crea un balletto su Tik Tok se non fa del male a nessuno? Ecco riassunte preventivamente le potenziali osservazioni valide per ogni cosa che passa in rete, sui Social soprattutto. Ma andiamo oltre, ce lo dobbiamo.

Nel caso di Lodi, l'operatrice sanitaria ha violato il regolamento interno finalizzato a tutelare «la rete dei pazienti, i professionisti e l'immagine di ASST»; in particolare, per la policy e fatti salvi gli «eventi pubblici presso l’Asst è vietato divulgare foto e video che riprendano locali, personale, utenti o i loro familiari. Il dipendente non può, inoltre, utilizzare segni distintivi dell’Asst come il logo». Da qui il trasferimento e la rimozione del video che ha consentito al personale coinvolto di evitare il consiglio disciplinare.

Questa politica sull'uso dei Social Media, istituzionali e privati, è particolarmente precisa, rigida reciterebbe una parola alla moda oggi; tuttavia, visto quanto gira in rete, non potrebbe essere altrimenti, essendo ridotto al lumicino il sensus loci, ovvero il senso di dove ci si trova, nonché il senso della propria funzione e della separazione tra online offline in luoghi che meritano particolare protezione e che mi azzardo ad elencare: ospedali e case di cura, scuole soprattutto quelle dell'infanzia e primarie, luoghi di culto, cimiteri e via dicendo, cioè quei luoghi in cui la fragilità va istituzionalmente rispettata, che sia relativa allo stato di salute, all'età evolutiva, alle prove della vita. Rispettata peché non diventi strumentale al grande circo dei Social, dove anche un incidente in auto diventa fonte di risate e leggerezza. Non che gli altri luoghi non meritino rispetto, ma questi ne meritano in misura maggiore.

Nel caso de quo, ma anche nel caso dei diversi balletti pubblicati con entusiasmo mediale in epoca pandemica, occorre ricordare che dietro il muro della stanza da ballo ospedaliera, ci sono persone che soffrono; persone che stanno morendo; familiari cui è stata data la tragica notizia di una malattia inguaribile; bambini oncologici ed i loro genitori disperatamente attaccati a barlumi di speranza; persone in sala operatoria o attaccate alle macchine. Questo è l'ospedale, che non può essere strumento per dei like personali, o per centrare su se stessi il mondo, che in questo caso è  abitato da un'umanità sofferente. Diverse, per essere chiari sino in fondo, sono le attività di animazione e di sollievo della sofferenza che molti bravi volontari fanno quotidianamente negli ospedali e a cui va il nostro ammirato plauso. Qui, evidentemente, si tratta di casi totalmente diversi, anzi agli antipodi: uno per sè e il proprio Tik Tok, l'altro per gli altri.

Ben venga quindi il regolamento «social media policy» dell'Azienda guidata dal manager Salvatore Gioia, anzi direi che potrebbe essere preso ad esempio a livello nazionale, per le ASST e pure per le scuole, dove purtroppo crescono di numero gli insegnanti che usano immagini dell'ambiente scolastico sui profili Social personali, la qual cosa, pure, va regolamentata con urgenza. 


© Marco Brusati

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