Di Squid Game si parla tanto, ma possiamo dire che la discussione ci farà uscire più sensibilizzati alla protezione dell'infanzia? I risultati storici ottenuti da polemiche analoghe non sono incoraggianti. 

Nel 2018, dopo la tragedia di Corinaldo (AN) [cf. Wikipedia] si scoprì che i giovanissimi erano in attesa di Sfera Ebbasta, noto trapper che nei brani includeva insulti alle donne, sostanze psicotrope e via dicendo, il che diede il via a decine di programmi radio, TV e a migliaia di post sui Social con esperti a confronto sugli effetti diseducanti dei fenomeni estetico-artistici, alcuni dei quali ammettevano di averli scoperti per l'occasione.  Lo stesso copione di denunce, polemiche a reti unificate si è ripetuto altre due volte in occasione del  Festival di Sanremo: prima nell'edizione 2019, quando Achille Lauro presentò il brano «Rolls Royce», che, si è capito,  era «non (solo) un'auto ma una droga mortale»; poi nell'edizione 2020 quando venne invitato Junior Cally che aveva pubblicato in rete un video in cui de-cantava un femminicidio: la polemica, che finì anche in Parlamento, partì da un mio editoriale condiviso sui Social e ripreso dal mainstream dell'informazione. A distanza di tre anni dal primo cancan mediatico, i ragazzini-bambini sono oggi interessati 'a' e 'da' progetti musicali ancora più spinti, in cui si canta apertamente di droga, armi, uccisioni e in cui la donna è troppo spesso descritta come oggetto sessuale.

Anche per Squid Game pare proprio ripetersi il copione già visto: la pubblica discussione si sta mediamente concentrando sulla polemica, sullo scandalo e sulle opinioni che si dividono, per così dire,  tra chi suggerisce di parlarne a scuola o in famiglia, chi ri-propone di fare in classe laboratori, attività e giochi didattici inclusivi e non-violenti già testati da generazioni e chi, in buona parte, incolpa i genitori di mancata vigilanza.

I genitori hanno la prima responsabilità educativa, è vero. Tuttavia, ritengo che capire il meccanismo del successo permetta di 'com-prendere' perché i bambini, cui la serie è vietata, ci finiscano dentro in massa.

Propongo una riflessione in cinque punti schematici. (1) Secondo diverse ricerche tra cui «The influential Rise of Gen Alpha» la generazione Alfa dei nati dal 2011 in poi ha e avrà un enorme potere decisionale negli acquisti familiari; decide per oltre il 90% dei casi quando si tratta di spendere per giochi fisici e online, scarpe o vestiti e per il 74% dei casi quando si tratta di streaming. Quindi: i bambini decidono e chi deve, permettere la semplificazione, 'vendere qualcosa' lo sa perfettamente e attua le strategie necessarie a interessarli. (2) Le efferate violenze della serie TV si svolgono in un'ambientazione da scuola materna o primaria o da parchetto. Quindi: nella serie i bambini si trovano nel loro ambiente naturale, a loro agio. (3) La serie nasce con tutti i connotati per interessare i bambini, che non ne sono casuali fruitori. (4) Il successo non sarebbe di questa portata se non ci fossero anche i bambini (e i giovanissimi) a trainarlo. (5) Un successo di questa portata fa dilagare i contenuti della serie in tutti i Social, rendendo inutilizzabili i parental control sulla piattaforma streaming.

Collegando questi punti, possiamo avere una visione contestuale che non riguarda solo questa serie, ma l'intero mondo delle piattaforme mediali che ha nei bambini degli ottimi consumatori e decisori di mercato. In quest'ottica, appare troppo facile e per certi versi comodo incolpare i soli genitori di mancata vigilanza. Detto che spetta ai genitori la responsabilità educativa ultima, va detto pure che essi devono sostenere quotidianamente a mani nude un confronto impari con la potenza 'nucleare' di chi investe billions per ottenere l'attenzione dei loro figli, riconosciuti come decisivi players di mercato: una sfida educativa che portano avanti da soli, con poco o nessun sostegno e con il continuo rischio di essere tacciati come retrogradi, duri e non al passo con i tempi quando magari mettono a punto una qualche regolamentazione dello smartphone.

Quest'apertura dell'orizzonte analitico è stata ben colta da Lorenzo Lattanzi docente di scuola primaria, presidente di Aiart-Marche e autore di «Non è mai troppo presto...», che in un post ha scritto: «avete visto #Mammamia l'ultimo video dei #Maneskin? Avete assistito a gare tra minorenni a #GTA (Grand Theft Auto)? Conoscete l'#MMA, sport che appassiona migliaia di adolescenti? Che cosa ne pensate #SexUncut rispetto a #pornhub? Paradossalmente #squidgame mette il dito nella piaga di una società che sembra incapace di comprendere le vere sfide che il contesto digitale lancia 24 ore su 24».

Così capita, come a me, di accendere la radio digitale, di sentire l'esperto di turno parlare della problematicità di Squid Game e poi di sentire sulle stesse frequenze «Marylean», brano Trap ascoltato dai ragazzini nel cui testo troviamo: «siamo sesso e droga tipo Manson Family», la comune hippy fondata dal serial killer Charles Manson.  

Con l'umiltà che le grandi sfide richiedono, chi ha il compito istituzionale di educare dovrebbe sentire forte il dovere di informarsi, formarsi e allearsi evitando il gioco dello scaricabarile, per poter tornare ad avviare le nuove generazioni verso una vita buona, bella, vera. Tutto è possibile, anche oggi, ma occorre conoscere in quale campo ci si sta muovendo. Anche in una palude ci si può muovere, ma se si crede di essere al mare, ci si impantana e non se ne esce.


© Marco Brusati
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 [Per una scheda sulla serie Squid Game, consiglio anche la lettura di Orientaserie]

 

 

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