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Il suicidio come ipotesi o come opzione non negativa può apparire appannaggio di giochi, personaggi o sfide che emergono dall'oscurità della rete e che arrivano all'attenzione mediale quando una giovanissima vita si spezza.

Ricordiamo «Jonatan Galindo», «una gara fatta di piccoli step con difficoltà sempre più elevate e che potrebbe aver spinto il bambino il bambino di 11 anni di Napoli a lanciarsi nel vuoto» [V. Cursi - Il Messaggero];  prima ancora era stato il tempo analoghe sfide: «Balena Blu» [Blue Whale] e «Momo»; più recentemente si è conosciuta la «Blackout challange», il «gioco dell'asfissia» che potrebbe essere collegato alla morte di una bimba di 10 anni di Palermo [R. Marceca - La Repubblica]. 

L'opzione suicidaria senza particolari accezioni negativizzanti è tuttavia presente anche nella narrativa seguita da ragazzine e ragazzini, bambine e bambini con in mano uno smartphone. Sia chiaro: la narrativa non è in alcun modo identificabile con una, seppur presunta, istigazione al suicidio, ma va tenuta in grande considerazione per l'ambiente culturale che può contribuire a costituire, nonché per l'enorme numero di soggetti coinvolti.

Una case history può aiutare a comprendere come temi educativamente sensibili siano esposti alla luce del sole. Seguiamola nella sua evoluzione con una raccomandazione: non si sta giudicando l’artista-persona, piuttosto si sta valutando la sua proposta artistica, ben sapendo che la responsabilità di un progetto mondiale non può essere attribuita ad una giovanissima ragazza che ha iniziato ancora minorenne, ma anzitutto agli adulti che la guidano e l'accompagnano. 

Stiamo parlando della carriera artistica di Billie Eilish, classe 2001, oggi idolo musicale globale soprattutto di ragazzine e bambine: nel 2020, l'élitealias i decisori della musica globale le ha assegnato ben 5 Grammy Awards, 7 MTV Awards e 2 Nickelodeon Kids' Awards, questi ultimi assegnati da una rete televisiva dedicata all’intrattenimento «kids», ovvero all’infanzia e alla preadolescenza. Ai Grammy 2021, «la cantautrice 19enne è stata premiata nella categoria Best Song Written for Visual Media per il brano “No Time to Die”, ma soprattutto ha vinto nella categoria Record of the Year per “Everything I Wanted”», di cui parleremo in questo editoriale [B. Visentin - Il Corriere della Sera].

Scorriamone, dunque, l'evoluzione dai suoi esordi: nel 2017 e 2018, è chiamata a cantare le colonne sonore di «Tredici», la controversa serie televisiva prodotta da Netflix, a suo tempo finita al centro della cronaca per la sua correlazione non causale con l'aumento dei suicidi di adolescenti, ai sensi di una ricerca pubblicata sul Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry [J. A. Bridge et al. - JAACAP]; a «far scattare l’allarme una lettera spedita al Mirror da Rachael Warburton, mamma inglese di Jessica, 12 anni, fan della serie e trovata morta suicida» [G. Fazio - AGI]; la scena clou del suicidio nella serie TV è stata infine tagliata, ma la noia di vivere, l’uso e l'abuso di droghe e sostanze psicotrope, il sesso nelle diverse varianti e anche una violenza sessuale sono lasciati alla visione acritica di ragazzini e ragazzine che, in assenza di adulti, traggono le loro conseguenze.  Non si sta dicendo che ci siano responsabilità dirette o indirette tra chi, giovanissima, canta una colonna sonora di una serie televisiva e le eventuali conseguenze sociali della stessa, ma si sta evidenziando una precoce associazione, seppure indiretta, tra personaggio e tema, che si presenterà anche in seguito.

Nel 2019, infatti, esce il pluripremiato album «When We All Fall Asleep, Where Do We Go?» [Dove andiamo quando ci addormentiamo?]. Analizziamo, in particolare, due canzoni: «Bury a friend» [Seppellisci un amico] e «All the good girls go to hell» [Tutte le brave ragazze vanno all’inferno]. Per comprendere concretamente di cosa stiamo parlando è necessario riportare alcuni fotogrammi dei video a titolo di citazione, che ci portano in un mondo da incubo di abusi, stordimenti, sostanze psicotrope, il male-in-persona e il suicidio.

Anzitutto: gli occhi dell'artista sono o rappresentati bianchi completamente senza pupille, come sulla copertina dell'album copertina dell'album sopra citato, o anneriti, con le pupille molto piccole e poco visibili, probabilmente per evocare uno stato di alterazione psicologica ed emotiva, oppure una sorta di possessione, come in questa immagine tratta dal videoclip «Bury a friend».

bly1b.png[Fonte: videoclip «Bury a friend»-0'31'']

In una sequenza successiva si fa più evidente la rappresentazione iconografica di una possessione

bly2b.png[Fonte: videoclip «Bury a friend»-2'57'']

Nella sequenza centrale del videoclip, diverse mani escono dal nulla ed iniziano a toccare la ragazza che a quell'epoca era ancora minore di età. Lei appare incapace di reagire e sottomessa.  Poi, le mani anonime le strappano i vestiti e le denudano la schiena infilandovi diverse siringhe che iniettano una non ben definita sostanza. 

bly3b.png[Fonte: videoclip «Bury a friend»-1'19'']

Occorre fare attenzione anche al testo che accompagna questo video, che ci riporta alla tema centrale della fiction «Tredici»: «voglio farla finita, io voglio, io voglio farla finita» [I wanna end me]. 

A cosa serva la sostanza iniettata con le siringhe si capisce nel video del brano «All the good girls go to hell» [Tutte le brave ragazze vanno all’inferno], che parte da questa immagine e ne mostra l'effetto: alla ragazza crescono ali sataniche, cade dal cielo e inizia a cantare «Il mio Lucifero si sente solo» [My Lucifer is lonely]; dalle immagini si capisce che Lucifero è lei stessa. Qui una ragazza giovanissima, bella, con lo sguardo annoiato in cui si può identificare la gran parte delle adolescenti viene trasformata in Lucifero, che non appare più in luce negativa, ma positiva. Il brano è stato presentato come un inno contro il riscaldamento globale, ma parrebbe una delle possibili letture, guardando il video e ascoltando le parole che presentano anche altre chiavi di lettura.

bly4b.png[Fonte: videoclip «All the good girls go to hell»-2'41'']

Il progetto continua: a cavallo tra il 2019 e il 2020 escono brano e video di «Everything I wanted» [Tutto quello che volevo] in cui la giovanissima artista sogna di lanciarsi dal Golden Gate Bridge di San Francisco, «il ponte dei suicidi», usato anche come immagine per la promozione globale del brano. Un brano che, come accennato sopra, è stato premiato al Grammy 2021.«Billie Eilish l’ha sognato davvero. Ha immaginato di percorrere il Golden Gate Bridge di San Francisco e buttarsi di sotto» [C. Tedesco - Rolling Stones]. Il testo conferma il taglio tematico quando recita: «Ho provato a urlare, ma la mia testa era sott'acqua», così come lo conferma il video in cui si butta con l'auto in acqua ed affonda. Rimangono davvero pochi dubbi sul significato di questa rappresentazione, stante anche il contesto logistico e l'iconografia.

bly5b.png[Fonte: videoclip «Everything I wanted»-2'10'']

A questo punto, appare piuttosto evidente che alcune linee tematiche esposte in accattivanti processi narrativi finiscano per interessare i processi educativi, stante il fatto che i soli tre videoclip citati hanno superato gli 800 milioni di visualizzazioni, che l'album di cui abbiamo parlato è stato quello più scaricato da Spotify nell'anno di lancio per un'Artista femminile, che risulta amatissima da adolescenti, preadolescenti e anche bambini. Provare a chiedere nelle scuole elementari per credere. Poi chiedersi se il silenzio sia ancora un'opzione.

mb5.pngNuova edizione riveduta e aggiornata
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