La responsabilità è sempre e solo umana

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Chi, nelle comunità educanti, ha il coraggio di opporsi alla cultura della viralità come valore in sé? Chi ha la volontà di non aderire a una morale quantitativa per cui vali quanto i numeri che hai?

Quanto avvenuto lo scorso weekend nel centro di Milano è abbastanza noto nelle sue grandi linee, ma lo spezzatino informativo che ci viene dai video sui social rischia di far perdere il senso d'insieme, che è bene ricordare nella sua crudezza cronachistica, tratta dal quotidiano milanese Il Giorno [QUI, QUI, QUI]. 

Attraverso un «tam tam sui social», «gruppi di giovani e giovanissimi, circa 2.000, molti in nero e alcuni incappucciati, si sono radunati per mettere a ferro e fuoco la città», per un «weekend di guerriglia urbana», con «decine di vetrine infrante, negozi devastati e saccheggiati», «soprattutto negozi di articoli sportivi, scarpe e telefonia». Bilancio: «oltre 200 giovani bloccati, l’80% sono minorenni», «il più piccolo ha 11 anni».

Le vicende milanesi hanno quindi caratteristiche piuttosto precise: hanno protagonisti giovanissimi anche minori di 14 anni; sono per la gran parte maschi; hanno nei social il canale di relazione privilegiato e nella musica trap la colonna sonora; i beni trafugati sono principalmente beni identitari e posizionali, che generano status proprio nelle comunità di appartenenza: scarpe e felpe firmate, cellulari di ultima generazione e, in misura minore, alcolici e superalcolici che sono l'elemento identificativo dei party, altro modello aggregativo di riferimento. 

A buon diritto possiamo dire che è andato in onda il sacco di Milano, ma non quello della Milano affamata di manzoniana memoria che ha assaltato i forni, bensì quello della Milano del consumo, quella Milano da bere nella memorabile definizione di una vecchia pubblicità. 

Le reazioni non sono ovviamente mancate. Le reti sociali e i media mainstream pullulano di indignazione della cosiddetta gente normale; inizia a vedersi la rabbia dei miti, socialmente preoccupante perché è reattiva ed esplosiva come lo scatto del cobra che morde e che andrebbe tenuta presente come dinamica sociale ormai nota per il suo potenziale destabilizzante. Le posizioni pubbliche hanno invece nuances più sfumate, dalla condanna totale alla condanna-però, alla comprensione delle ragioni sociali profonde, alla giustificazione: posizioni che appaiono più come conseguenza di un posizionamento legato al consenso, da parte di chi magari sta pensando alla prossima tornata elettorale o di chi magari vuole mantenere la sua base di spettatori paganti al prossimo concerto e l'esercito di cliccatori compulsivi al prossimo release sulle piattaforme di streaming musicale. Infine, nel mondo educante, la reazione piuttosto diffusa ha tre passaggi: le manifestazioni sono lecite e costituzionali, peccato per i violenti che si insinuano e peccato perché nelle scuole si fanno tanti programmi per favorire il dialogo e poi questi episodi mandano all'aria anni di educazione. Ecco, ragionamenti così sono ovviamente sempre fattibili, così come sono degni di rispetto coloro che li portano avanti. Tuttavia, i saccheggi dei negozi milanesi non sono manifestazioni andate male, ma convocazioni via social sullo stile di quanto avviene da tempo negli Stati Uniti e di cui abbiamo avuto una prova generale nel saccheggio di un supermercato MD avvenuto a Bologna a fine settembre scorso, ripreso e diffuso sui social. Inoltre i protagonisti sono ragazzi che per tutta la loro vita scolastica hanno avuto corsi di dialogo, rispetto, accettazione e via dicendo.

Tanto quindi è stato detto, forse tutto. Lasciando di lato le azioni dovute per il ripristino dell'ordine pubblico, auspicabili e necessarie in un clima così teso, il rischio «de cüntasela sü», di parlarsi addosso, è elevato. Vorrei quindi tentare di arretrare la riflessione alle dinamiche proprie delle reti sociali che, per la circolarità perfetta tra on e offline, si riverberano nelle relazioni quotidiane. 

Anzitutto chiediamoci: senza social tutto questo sarebbe successo? La risposta è no, non in questa misura, non a questa età così bassa, non sui beni distintivi e identitari. Allora la colpa è dei social? La risposta è ancora no, ma serve una minima spiegazione, perché i social vanno capiti per come sono stati pensati, progettati e finalizzati da pochissimi gestori delle reti globali. Pensare ancora che i social siano il modo di comunicare privilegiato dai giovani è stucchevole, così come pensare che siano uno strumento di convocazione, una specie di telefono evoluto, un tam tam moderno.

Niente di tutto questo. I social sono parte di un ecosistema mediale in cui abbiamo immerso anche i bambini, un ecosistema che segue logiche industriali e di profitto, il che non sarebbe un problema se la moneta di scambio non fosse il tempo di altri esseri umani. Il tempo di permanenza di un utente, infatti, e la sua quantità di attenzione producono denaro: sono denaro. C'è una proporzionalità diretta tra tempo, attenzione e denaro. Come massimizzare l'attenzione? Sono diversi i meccanismi usati con questa finalità e che fanno parte dei processi persuasivi, ma ce n'è uno che merita particolare attenzione: il meccanismo del conflitto-come-rottura. Non sono infatti l'armonia, l'ordine sociale, la normalità a generare attenzione, che a sua volta genera denaro, ma le condotte e i processi conflittuali. Ovviamente i gesti violenti, ma c'è tutta una serie di conflitti premiati nell'ecosistema mediale, inconsapevolmente accettati e normalizzati mentre sono ingegnerizzati alla fonte: contro i genitori che non soddisfano i desideri d’acquisto; contro chi non ha la felpa firmata; contro chi ha qualcosa in più di quello che ho e che mi dicono di aver diritto ad avere; contro chi non gioca magari di notte sulle piattaforme online; contro chi non ascolta la musica distribuita gratuitamente dal gotha dell’industria globale. Contro. Punto. Perché il contro genera denaro e quindi è premiato in termini di riconoscimento sociale fatto di like e visualizzazioni. Lo stesso conflitto che ha bisogno, per sopravvivere, di individuare un nemico, un avversario, un te-contro-me cui attribuire una colpa qualsiasi. Lo stesso conflitto è divenuto brodo di coltura per la costruzione di identità-contro, che il saccheggio dei negozi milanesi ha evidenziato anche ai più distratti tra noi.

E mentre si invoca l’abolizione dei social, una loro regolamentazione, limitazione ed esclusione, misure che hanno pur il loro senso e che qui non sono oggetto di discussione, sfugge che il primo piolo della scala causale consiste nell'aver accettato che i bambini diventassero consumatori mediali, oggetti di pratiche persuasive dentro un ambiente che non dovremmo più esitare a definire abusante per l’infanzia. 

Gli stessi video dei saccheggi girati dai loro protagonisti entrano in questa logica quando diventano virali e chi li pubblica ottiene quel consenso sociale che cerca con la pubblicazione di elementi conflittuali.

Adesso ci sono delle domande scomode, anzitutto per me: chi, nelle comunità educanti, ha il coraggio di opporsi alla cultura della viralità come valore in sé? Chi ha la volontà di non aderire a una morale quantitativa per cui vali quanto i numeri che hai, magari ottenuti cantando a dei bambini o ragazzini che possono fare quello che vogliono contro la volontà dei genitori e ai quali si insegna che la polizia è nemica, che alcol e droga non sono poi così male? Sono questi i messaggi che hanno contribuito a diffondere un modello aggregativo da gang. Modelli che passano acriticamente anche nelle LIM durante gli intervalli nelle scuole primarie, perché, appunto, piacciono a tutti e hanno successo. Per stare nell'esempio e nella logica rovesciata di questo discorso, il successo viene dopo il messaggio di rottura e di conflitto, dal non essere cooperativi o samaritani, in sostanza dall'essere-contro.

Per testare quanto stiamo dicendo è possibile verificare tra i ragazzini di prima e seconda media il livello di condanna degli episodi di Milano. In anonimato, si può chiedere se quelli che hanno preso roba di lusso nei negozi sono, o non sono, dei furbi che sanno farsi valere nella vita. Sarà sorprendente scoprire, come ho fatto io in questi giorni, quanto consenso raccolgano le frange che realmente delinquono e in che misura la questione sia fuoriuscita dagli ambienti periferici dentro cui si cerca di inscriverla.

Sembra proprio che il mondo adulto ed educante finisca talvolta per assecondare, anche inconsapevolmente, le stesse strutture di pensiero che stanno alla base dei problemi che giustamente si condannano. È come se contribuisse a coltivare ciò che poi si trova a condannare. Si chiacchiera allegramente in giardino mentre i bambini mangiano le bacche velenose della siepe di casa, convinti che siano benefici ribes, e la sera ci si domanda perché i propri figli abbiano il mal di pancia. Per buttarla in metafora.

Marco Brusati
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Copertina: AI AW by ChatGPT


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