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«Non ringrazierò mai chi mi restituisce la libertà. Semmai gli chiederò conto per avermela tolta»

Trattano la nostra libertà come olive e patatine durante un aperitivo: una cosa da mangiare mentre si parla d'altro. Ferme restando le disposizioni protettive, mascherine, guanti, disinfezioni, distanza e tutto quel che serve, non siamo ancora usciti di casa che leggiamo la prospettiva di ritornarci per altro tempo.

Non entro nel merito delle necessità, ma il tono con cui si parla di libertà mi impone una riflessione, perchè il tono è sostanza, sia nella comunicazione, sia nella relazione e racconta come «ci» e «si» considera chi parla.

Nessuno pensi -o dica- di avermi restituito la libertà per grazia sua o per concessione dei guardiani del Palazzo. La libertà è, è stata e sarà sempre mia. Anche quando, per le più diverse ragioni, qualcuno me la toglie o se la prende, resta mia. Inalienabile. E chi la toglie, e chi la prende, e chi minaccia di prenderla e chi minaccia di toglierla deve sapere che di libertà si deve parlare con rispetto, delicatezza, persino con paura e timore, chiedendo permesso e per favore. Alla libertà altrui ci si deve sempre avvicinare come artificieri ad un ordigno da disinnescare. Perché chi tocca la libertà, deve renderne conto, prima o poi, nel merito delle scelte e nella misura delle stesse. La libertà è mia, è tua, è sua. La libertà è nostra, è vostra, è loro. Nemmeno Dio la tocca. E potrebbe.

 

Marco Brusati

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