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Per chi ha minimamente a cuore il bene o anche soltanto il benessere psicofisico dei più piccoli, il mondo artistico che andremo a visitare desterà più di una preoccupazione.

Il suicidio del piccolo 11enne a Napoli è una tragedia che addolora e scuote fin nell'anima: sia per il fatto gravissimo in sé, sia per lo strascico di infinito dolore in chi lo amava, sia perché pare conseguenza di un gioco-sfida [Jonathan Galindo] ben noto a chi segue i fenomeni della rete.

«Il gioco è semplice: se accetti la richiesta di amicizia (...) ti viene inviato, tramite messaggistica, un link che ti propone di entrare in un gioco nel quale vengono proposte delle sfide e prove di coraggio fino ad arrivare all'autolesionismo» [cf Il Messaggero].

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Nel 2017 «Le Iene» avevano denunciato l'analogo fenomeno della «Balena Blu» [Blu Whale] che pare avesse portato al suicidio diversi adolescenti nel mondo. Come scrivevo nell'editoriale sul tema, è tempo «per iniziare ad accorgersi che altri soggetti sono entrati nella vita dei nostri “figli” e la stanno guidando senza una direzione, un senso, un significato, incrostandola con strati sempre più spessi di assurdità».

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Lo scorso anno è stata la volta di «Momo», un personaggio con gli occhi sporgenti che «una volta scaricato, invita i bambini a comunicare con lui via Whatsapp e altre applicazioni. Momo, a quanto pare, inviterebbe i giovanissimi a provocarsi danni fisici, fino ad arrivare persino al suicidio» (cf Gingergeneration).

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Eppure, il suicidio come opzione persino positiva condito con dosi inquietanti di satanismo e abusi non è solo appannaggio di giochi che emergono dall'oscurità della rete, ma è artisticamente esposto alla luce del sole nel progetto dell'idolo musicale globale delle ragazzine-bambine, ovvero Billie Eilish, oggi appena 18enne e con già alcuni anni di carriera alle spalle: su di lei l'élite della musica globale ha puntato le sue fiches assegnandole la bellezza di 5 Grammy Awards, 7 MTV Awards e 2 Nickelodeon Kids' Awards: quest'ultimo riconoscimento è particolarmente indicativo perché Nickelodeon è una rete televisiva dedicata all’intrattenimento «kids», ovvero all’infanzia e alla preadolescenza.

È tuttavia doverosa una premessa: non si sta giudicando l’artista-persona, piuttosto si sta valutando la sua proposta artistica, ben sapendo che la responsabilità di un progetto mondiale non può essere attribuita ad una giovanissima ragazza che ha iniziato ancora minorenne, ma anzitutto agli adulti che la guidano e l'accompagnano. Il successo non nasce dal nulla, non arriva perchè un'artista piace a tanti, ma piace a tanti perché pochissimi soggetti globali possono decidere se, cosa, e chi deve arrivare 24/7 nei supporti digitali delle giovanissime generazioni. Chi ha dubbi sul potere di penetrazione di questo progetto artistico, può provare a chiederne conto a bambine e ragazzine della fascia 9-12 anni. 

Scorriamone, dunque, l'evoluzione cronologica per capire cosa è stato affidato alla sua protagonista: nel 2017 e 2018, è chiamata a cantare le colonne sonore di «Tredici», la controversa serie televisiva prodotta da Netflix, a suo tempo finita nell’occhio del ciclone per la sua correlazione non causale [«correlation not causation»] con l'aumento dei suicidi di adolescenti [cf Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry]; a «far scattare l’allarme una lettera spedita al Mirror da Rachael Warburton, mamma inglese di Jessica, 12 anni, fan della serie e trovata morta suicida» [cf agi.it]; la scena clou del suicidio nella serie TV è stata infine tagliata, ma la noia di vivere, l’uso e l'abuso di droghe e sostanze psicotrope, il sesso nelle diverse varianti e anche una violenza sessuale sono lasciati alla visione acritica di ragazzini e ragazzine che, in assenza di adulti, traggono le loro conseguenze.  

Nel 2019 esce il pluripremiato album «When We All Fall Asleep, Where Do We Go?« [Dove andiamo quando ci addormentiamo?]. Analizziamo, in particolare, due canzoni: «Bury a friend» [Seppellisci un amico] e «All the good girls go to hell» [Tutte le brave ragazze vanno all’inferno]. Non possiamo comprenderne la portata senza riportare alcuni fotogrammi dei video, che ci portano in un mondo da incubo, in cui si flirta con abusi, stordimenti, sostanze psicotrope, il male-in-persona e il suicidio.

Questa è la copertina dell'album, in cui l'artista è rappresentata senza pupille.

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Nel video, l'artista viene rappresentata con gli occhi completamente neri

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Nelle sequenze successive viene sollevata da una forza invisibile, in una rappresentazione iconografica della possessione

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In seguito, diverse mani escono dal nulla ed iniziano a toccare la ragazza che a quell'epoca era ancora minore di età.

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Lei appare incapace di reagire e sottomessa

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Poi, le mani anonime le strappano i vestiti e le denudano la schiena infilandovi diverse siringhe che iniettano una non ben definita sostanza. 

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Occorre fare attenzione anche al testo che accompagna questo video, che ci riporta alla fiction «Tredici» e al tema del suicidio: «voglio farla finita [uccidermi], io voglio, io voglio farla finita» [I wanna end me]. Il cerchio pare chiudersi perfettamente: l’adolescente che invoca per sé il suicidio mentre è rappresentata come vittima di abusi, è la stessa che accompagna musicalmente la fiction che narra una situazione di una ragazza suicida per motivi analoghi.

A cosa serva la sostanza iniettata con le siringhe si capisce nel video del brano «All the good girls go to hell» [Tutte le brave ragazze vanno all’inferno], che parte da questa immagine e ne mostra l'effetto: alla ragazza crescono ali sataniche, cade dal cielo e inizia a cantare «Il mio Lucifero si sente solo» [My Lucifer is lonely]; dalle immagini si capisce che Lucifero è lei stessa, con gli occhi neri svuotati dell’anima. Qui si prende una ragazza giovanissima, bella, con lo sguardo annoiato in cui si può identificare la gran parte delle adolescenti e la si fa diventare Lucifero, che non appare più in luce negativa, ma positiva. Il brano è stato presentato come un inno contro il riscaldamento globale, ma francamente pare un aspetto marginale guardando il video e ascoltando le parole.

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Il progetto continua: a cavallo tra il 2019 e il 2020 escono brano e video di «Everything I wanted» [Tutto quello che volevo] in cui la giovanissima artista sogna di lanciarsi dal Golden Gate Bridge di San Francisco, «il ponte dei suicidi», usato anche come immagine per la promozione planetaria del brano. 

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Secondo la rivista Rolling Stones «Billie Eilish l’ha sognato davvero. Ha immaginato di percorrere il Golden Gate Bridge di San Francisco e buttarsi di sotto». Il testo conferma il taglio tematico quando recita: «Ho provato a urlare, ma la mia testa era sott'acqua», così come lo conferma il video in cui si butta con l'auto in acqua ed affonda. Pochi dubbi sul gesto rappresentato, stante anche il contesto logistico e l'iconografia.

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In conclusione, se non si fa argine, facendo un'azione educativa di critica esplicita a questi progetti,  il fiume prima sommerge le campagne, poi le case e infine anche i campanili. Siamo al punto che si vedono a malapena le loro croci fuori dalle acque. E far finta di niente è pur sempre un peccato di omissione, più grave per chi ha mezzi e strutture per intervenire e non lo fa. Nemmeno a dirglielo. Nemmeno a pregarli. Nonostante questo, tacere non è più un'opzione.

 Marco Brusati

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L'Autore studia l'influsso dei modelli antropologici mass-mediali sull'educazione e divulga i risultati delle analisi attraverso gli scritti e la formazione per docenti, genitori ed educatori, online o in presenza. È professore a contratto presso l'Università degli Studi di Firenze nel master "Comunicazione istituzionale". Ha curato i contenuti di numerosi eventi ecclesiali, nazionali e internazionali con oltre 5 milioni di partecipanti. Vive nell'area metropolitana di Milano. Info e contatti QUI

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