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Nel silenzio del mondo educante, delle agenzie educative e purtroppo anche delle comunità cristiane, si è rotto l’argine che divideva l’infanzia dall’età adulta, il consentito dal vietato ai minori. Siamo in piena sexual deregulation.

Chiedete alle maestre o ai maestri. Io lo faccio regolarmente e la risposta è sempre la stessa: «già in quinta elementare, capita spesso che i bambini abbiano visto almeno una volta dei filmati hard» [QUI]

L'accesso alla pornografia a partire dalle elementari consente non solo di assistere ad atti sessuali di ogni forma e tipologia, ma espone a centinaia di migliaia di video di esplicita violenza a sfondo sessuale. In più, anche i bambini e le bambine che non hanno accesso a questi siti sono continuamente esposti a modelli erotici a partire dall'età prescolare, come ho evideniziato negli editoriali «Porno musica servita ai bambini?», «Musica, bambine e rieducazione pornografica», «Sesso esibito, erotismo sfrenato (...): ecco la musica Trap al femminile», «Insegnare a bambine/i un ballo sessualmente provocante da strip club?».

Nel silenzio del mondo educante, delle agenzie educative e purtroppo anche delle comunità cristiane, si è rotto l’argine che divideva l’infanzia dall’età adulta, il consentito dal vietato ai minori. Siamo in piena sexual deregulationChi si oppone alla normalizzazione di questo fenomeno è ormai visto come un retrogrado figlio del passato, un sessuofobo con desideri inconfessabili, mai liberato e degno di scomparire dalla storia, trovandosi sul suo lato sbagliato. Chi vede la problematicità della malizia crescente negli occhi di bambini sempre più piccoli è tollerato come un residuato culturale destinato ad essere travolto dalla slavina della modernità. Tra silenzi ed ipocrisie, in meno di una generazione si sono rovesciati i tabu, trascinandosi dietro, per esempio, anche la TV generalista, che la domenica pomeriggio si può permettere di portare la testimonianza di due gemelle che hanno deciso di fare le pornostar: una normalizzazione della pornografia in un orario familiare, domenicale. La reazione? Il silenzio. Le associazioni genitori? Zitte. I censori del politicamente corretto? Muti.

In questo clima sociale, due gravi fatti ci hanno raggiunto e scosso come inaccettabili: (1) la «Chat dell'orrore» in cui 20 ragazzini, di cui ben 7 di 13 anni e il più grande di 17, erano soliti «scambiarsi immagini con contenuti a carattere pedopornografico e cosiddetti file gore, ultima frontiera della crudeltà, con video di suicidi, decapitazioni, squartamenti e mutilazioni di persone, in qualche caso di animali» [QUI]; (2) la coppia di 17enni che «sono riusciti ad accedere, pagando in criptovalute, a siti nascosti per assistere a violenze sessuali e torture praticate in diretta da adulti su minori, interagendo con i protagonisti delle stesse violenze e richiedendo sevizie sui corpi dei bambini» [QUI].

È oggi un dovere educativo, culturale, ecclesiale e politico chiedersi se non ci sia una pericolosa correlazione non causale tra un sistema sociale e mediale che non protegge i più piccoli da una sessualizzazione precoce, l'accesso infantile e preadolescenziale alla pornografia anche violenta e le perversioni evidenziate dai fatti sopra riportati. Gli indizi ci sono. Il tempo è già scaduto.

Marco Brusati

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L'Autore studia l'influsso dei modelli antropologici mass-mediali sull'educazione e divulga i risultati delle analisi attraverso gli scritti e la formazione per docenti, genitori ed educatori, online o in presenza. È professore a contratto presso l'Università degli Studi di Firenze nel master "Comunicazione istituzionale". Ha curato i contenuti di numerosi eventi ecclesiali, nazionali e internazionali con oltre 5 milioni di partecipanti. Vive nell'area metropolitana di Milano. Info e contatti QUI

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