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Non è tutto come prima, non si tratta solo di cantanti e non è un fenomeno circoscritto, ma che interessa la totalità dei giovanissimi.

A Terni, due ragazzi di 15 e 16 anni sono morti nel sonno a causa di una sostanza tossica, probabilmente ceduta da uno spacciatore [QUI]. 

Anzitutto è sentitamente doveroso esprimere la vicinanza a chi sta soffrendo questa prematura e tragica scomparsa, di cui mai avremmo voluto sentire e che tantomeno avremmo voluto avvenisse.

Nella vicenda ormai conosciuta, c'è una nota degna di attenzione: nel provvedimento di fermo del sospetto spacciatore, il Giudice per le Indagini Prelimiari (Gip) ha scritto che è emersa «un'allarmante consuetudine tra i ragazzi, soprattutto adolescenti, di assumere metadone diluito o codeina diluita con acqua o con altre bevande, al fine di ottenere un effetto rilassante» e che «le modalità per creare la propria droga sono state apprese da alcuni video sul web e dalle canzoni trap" [QUI]. Non crea alcuna soddisfazione, nemmeno lontana, nemmeno intellettuale che quanto detto dal Gip sia esattamente quello che potete leggere da anni su questo Blog e che racconto nelle conferenze; questo rilievo pubblico, piuttosto, aumenta la responsabilità nel continuare ad approfondire e a diffondere questa attenzione educativa.

Una brevissima carrellata di citazioni può aiutare a intuire la gravità del problema, mentre è possibile approfondire alcuni progetti artistici visitando la sezione «Editoriali» [QUI].

Il flirt con la droga è una costante di chi fa successo tra bambini e ragazzini, come Sfera Ebbasta che nei brani «Sciroppo», «Blunt e Sprite» e «Serpente a sonagli» canta di droga confezionabile in casa mescolando uno sciroppo per la tosse contenente codeina [«Matakussin»] con una bevanda gassata, al fine di ottenere una sostanza dopante violacea [«bevo solo Matakussin nel bicchiere»; «mixo Sprite e succo denso»; «non bevo birra, nel mio bicchiere c’è il colore viola»]; inoltre, racconta di metanfetamine [«sciroppo cade in basso come l’MD»] e di marjuana [«rollo sei grammi sopra l’IPAD»]. Gli fa eco Capo Plaza che canta: «bevo il succo, fumo un pacco» e «nella Gucci sciroppo» [«Non cambierò mai»]. Se a Sanremo 2019 Achille Lauro fece scalpore con la canzone «Rolls Royce» che alludeva ad una pastiglia di droga, è bene ricordare che Sfera Ebbasta e Capo Plaza (con DrefGold) sono famosi tra i giovanissimi anche per il brano «Tesla», che non è solo un’auto, ma una pastiglia di droga, arancione e triangolare, con un contenuto di metanfetamine pari a 5-8 pastiglie di ecstasy. 

Anche il Trap al femminile non disdegna il tema «sostanze», come evidenzia il progetto artistico di Myss Keta, invitata all'ultimo Festival di Sanremo senza che si sollevasse alcuna voce critica sui suoi testi, nemmeno dai media cattolici. L'artista, ammettendo di avere fans bambini [QUI] nel brano «Xananas» narra dell’uso di farmaci dopanti o ad effetto psicotropo che si possono trovare anche nelle dispense di casa: lo Xanax e il Lexotan. Entrambe le medicine hanno proprietà ansiolitiche, sedative e ipnotiche; sono a base di benzodiazepine e, secondo il bugiardino di entrambe, possono persino portare allo sviluppo di dipendenza fisica e psichica e, in caso di interruzione brusca, a crisi di astinenza.

Detto questo, rileviamo che l’artista canta «Xanax e Lexotan mi fanno felice», «sedativi in full HD lunedì fino a venerdì», «Lexotan è il downer [rilassante] più chic» per arrivare al mantra del ritornello che fa così: «Xananas: vieni a rilassanti gioia; Xananas: ne prendo un po’ anche una sola; Xananas: peccati di gola; Xananas è sempre l’ora (...)». Ma non è finita: in un verso l'artista canta «il mio concept è GHB», ovvero il Gamma-idrossibutirrato, sostanza finalizzata a curare ansia ed attacchi di panico e che, presa a dosi basse, può generare euforia, aumentare la socialità, il senso di benessere, la sensazione tattile ed il desiderio sessuale; il GHB è, purtroppo e tragicamente, anche una cosiddetta droga dello stupro e che una donna dica di averla come «concept», che tipo di segnale sta dando ai suoi fans, tra cui, per sua ammissione, ci sono anche bambini e bambine? Continuando velocemente a scorrere il suo repertorio, troviamo il brano «Burqa di Gucci» in cui l'artista canta, tra l'altro, di essere «una ragazza casa e keta», riferendosi alla ketamina, un farmaco anestetico che alcuni usano anche come sostanza psicotropa a scopi ricreativi e che, secondo un'intervista rilasciata a Marche Today, è parte del suo nome artistico: alla domanda «Il Keta nel tuo nome viene da ketamina?» la risposta è stata: «Assolutamente sì». Infine, per concludere il panorama delle citazioni, in «Bast*rda da Starbucks» l'artista canta «soldi, successo, bamba, escort: lo voglio qui e lo voglio adesso»; naturalmente, «bamba» è un modo gergale per chiamare la cocaina.

Se questo è il clima culturale, se quasi nessun adulto parla di questi potentissimi progetti artistici nei luoghi deputati all'educazione, non dovremmo stupirci, ma piangere su noi stessi se il primo contatto con gli spinelli avviene a 13 anni a scuola; oppure se «dai 14 anni in su uno studente su 4 ammette di aver consumato qualche tipo di stupefacente, spesso senza neanche sapere cosa sia» [il Corriere] o se in un anno gli adolescenti che usano eroina sono raddoppiati passando dall’1 al 2%. Siamo purtroppo giunti all'affermazione della normalità della droga, con tanto di promotori culturali che, grazie al loro successo, diventano ingiudicabili.

Occorre, parimenti, sfatare il mito adulto del «queste cose le hanno sempre cantate e noi siamo cresciuti senza problemi». È vero che la musica, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, ha presentato modelli di vita non certo da educande, con tutto il suo carico di trasgressioni di ogni tipo; ma non è mai successo, prima della maturità tecnologica dello smartphone avvenuta intorno al 2005, che bambini e ragazzini, bambine e ragazzine potessero fruire di simili progetti ad ogni ora del giorno e della notte, a milioni, contemporaneamente in tutto il mondo e a costo zero; che ne avessero accesso senza alcun ostacolo da superare, fossero anche i soldi chiesti ai genitori per comprare un disco o andare ad un concerto; che fossero resi disponibili nella solitudine delle loro camerette lontano da sguardi adulti ed educanti: certo, la musica sta insieme a molto altro, ma fa sempre da apripista a tutto il resto. Questo, che piaccia o no, che lo si ritenga importante o no, non era mai successo e, quindi, occorre considerarlo un unicum storico, a cui va data immediata quanto adeguata importanza.

In conclusione, è bene che il mondo educante esca dal silenzio complice e comprenda una volta per tutte che non si tratta solo di cantanti, ma di promotori di modelli di vita che in-segnano con maggiore efficacia di educatori professionali, docenti, genitori e anche sacerdoti; inoltre, sono diffusi globalmente e offrono la rassicurante protezione del gregge.  Ma, forse, la paura di perdere il consenso dei giovanissimi impedisce tutto questo, facendo fermare il mondo educante sul confine invalicabile di uno smartphone, come se non facesse parte della vita reale; a tal proposito, condivido un ammonimento che mi fece un vecchio sacerdote, decenni or sono: «Chi tace per paura di perdere i ragazzi, li perderà di sicuro».

Marco Brusati

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