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I progetti artistici sono fruiti in maniera acritica e in solitudine dalle fasce più giovani e più fragili della popolazione, quelle che meriterebbero una minima protezione sociale oltre quella medico-sanitaria. 

Anche in questo tempo di problematiche sociali complesse, drammatiche e talvolta tragiche, l’educazione non può andare in pensione anticipata.

Soprattutto dopo il lock-down e la conseguente sovraesposizione mediale, occorre aumentare l'attenzione verso quei modelli comportamentali e di vita che il mondo musicale sta offrendo a ragazzini e bambini e che hanno un altissimo coefficiente di penetrazione nelle loro vite: dalla musica, lo sappiamo, passa tutto e passa prima che altrove, la qual cosa permette di vedere l’evoluzione dei fenomeni culturali in anticipo rispetto alla loro affermazione nei costumi e nella società. In più, il mondo musicale interessa tutti i mezzi e gli ambiti di comunicazione: radio, televisione, cinema, fiction, social network, eventi live o web, videogiochi e via dicendo. La musica, s’intende, non è l’unico ed esclusivo ambito di interesse educativo, ma i modelli comportamentali passano tutti da qui e ignorarlo significa lasciare ad altri il compito di educare le nuove generazioni, i nostri figli. 

Da queste considerazioni nascono alcune domande: chi è stato ed è 24/7 in loro compagnia negli smarphone e nei tablet? Chi ha scalato la classifica delle loro preferenze rispetto agli scorsi mesi? Chi li ha educati e a quali valori nell'assenza della scuola, delle associazioni sportive, delle comunità cristiane e di molti genitori impossibilitati a stare a casa? 

Il sondaggio tra gli 11-13enni
Un recente sondaggio curato da Hope su un campione di 11-13enni restituisce risultati educativamente problematici se si pensa che progetti artistici come quello di cui tratteremo in questo editoriale sono fruiti in maniera acritica e in solitudine dalle fasce più fragili della popolazione, che invece meriterebbero un'autentica protezione sociale oltre quella medico-sanitaria, giacché le due cose vanno di pari passo.

Tha Supreme - Il progetto artistico
Il progetto artistico più seguito dagli intervistati maschi è Tha Supreme, classe 2001, sconosciuto o quasi a chi ha più di 25 anni, ma molto noto fin dalle scuole elementari o primarie che dir si voglia. Il suo successo è iniziato nel 2019 con la pubblicazione del primo album intitolato «236451». Tha Supreme si presenta nei video come un personaggio di un cartone animato.

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Come si vede nelle immagini, il personaggio è, ça va sans dire, un po’ santo con l’aureola e un po’ demonio con le corna, andando anch'egli ad utilizzare la simbologia cristiana, nel solco del saccheggio culturale di antica memoria, come si vede anche nell’iconografia di un altro artista del genere, conosciuto dal grande pubblico grazie alla partecipazione a Sanremo 2019 e 2020: Achille Lauro.

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L'alfabeto leet
Tha Supreme usa l’alfabeto leet per titolare i pezzi, che «sostituisce i consueti caratteri dell’alfabeto con altri elementi (lettere, numeri e simboli) simili nella grafica o nella fonetica [cf. revenews.it]. In questo modo, «Come fai» diventa «Come fa1», «Lollipop» diventa «2ollipop», «Scuola» diventa «Scuol4» e «Moonstar» diventa «M8nstar» e via dicendo. Nel prosieguo useremo i titoli originali con a fianco la trascrizione  alfabetica.

La marijuana e la droga nei testi
La canzone di punta di Tha Supreme si intitola «blun7 a swishland» [«blunt a swishland] dove «swishland» è probabilmente «il mondo immaginario in cui si immedesima Tha Supreme dopo aver fumato, in cui si ritrova immerso nel produrre musica» (cf genius.com). Nel videoclip questo luogo è rappresentato così.

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Com'è possibile vedere, ci sono sia evocazioni psichedeliche sia infantili. In questa canzone d’esordio per il grande pubblico, l’artista racconta di come si prepara una massiccia dose fumo psicotropo [«il blunt»], svuotando un sigaro [detto «swisher»], mantenendo le foglie essiccate e riempiendolo interamente di cannabis. Il blunt non è una normale –se così si può dire- canna, ma «una dose extra large di THC» secondo il blog dedicato alla cannabis ad uso ricreativo Royal Qeen Seeds.

Il rapporto con la cannabis e le sostanze psicotrope rappresenta l'asse portante di questo progetto artistico, non una questione incidentale di una frase. A riprova, e solo per fare qualche altro esempio, nel brano «fu*k 3x», «occh1 purpl3» [«occhi purple»], «parano1a k1d» [«paranoia kid»] o «pers0na2» [«personal»] racconta che, avendo fatto precedente uso dell’ansiolito Xanax [«ho fot**to con lo Xan’»], due canne non riescono più a calmarlo [«non mi calman due canne»]; che si prepara una canna per divertirsi con gli amici [«ne giriamo una e ridiamo tipo cretini»] oppure da solo [«Che te fre'? Giro un'altra canna d'erba, okay»]; che ce l’ha a disposizione [«ho una canna d'erba nella tasca»]; che fuma in solitaria una canna più pesante del solito, detta personal o PIT [«fumo un personal, yeah-yeah»]. Il brano «bubb1e 9um» [«bubble gum»] è poi dedicato interamente a una qualità di cannabis sativa ad effetto rilassante, la «bubble gum» appunto.

La marijuana e la droga nei video a cartoni animati
La droga è presente anche nei videoclip in cui l'artista, come dicevamo, è rappresentato come un personaggio da cartone animato, piacevole, simpatico e accattivante se pensato in riferimento ai suoi giovanissimi fans. Due esempi possono aiutare a capire i messaggi.

Nel brano «oh 9od» [«Oh God»] l'artista-cartoon fuma una canna su un’altalena di un parchetto di periferia condividendola con un suo amico. Per terra delle pasticche. 

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Il videoclip del brano «m8nstar» [«moonstar»] ha nel fumo il suo asse narrativo: il protagonista fuma cannabis uscendo da scuola, prima di comporre musica e nel sogno-immaginazione di volare in cielo dove compaiono anche diverse pasticche. Sotto ci sono tre immagini tratte dal video.

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La droga su Instagram
Infine, in una storia Instagram, Tha Supreme fa vedere ai suoi fans che per fare musica usa la cosiddetta «purple drank», una droga ricreativa composta da una mistura a base di sciroppo per la tosse con codeina e una bibita gassata, cui viene attribuita l'ispirazione artistica. Ricordo che a luglio scorso due quindicenni di Terni sono morti nel sonno per un errore nella preparazione di questa sostanza conosciuta grazie al mondo del Trap.

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Volgarità sessiste
Com'è tipico del mondo Rap e Trap, anche questo progetto artistico non è esente da una visione maschilistica della donna e da volgarità nei suoi confronti, anche se in misura minore rispetto ad altri artisti come Junior Cally o Skioffi che hanno anche rappresentato forme di violenza fisica e verbale. In «parano1a k1d» [«paranoia kid»] la donna-ragazza, bella e mansueta come una «cagnolina», si può avere mettendosi in fila aspettando il proprio turno: «tu vuoi quella carina, cagnolina, oh, peccato che debba prima fare la fila, tipo show». È forse superfluo aggiungere che, in linea con il mondo musicale di appartenenza la parola put**na [bit*h] è usata come sinonimo di donna, ragazza, compagna di classe; nel brano «6itch» [«bit*ch», «putt*na» appunto] l'artista canta «sono tutte bi-bi-bit*h; e non sopporto bi-bi-bit*h»; nel brano «8rosk1 [«broski»]» canta «fake bit*h, quelle le ho lasciate a scuola». L'utilizzo costante di questo spregevole sinonimo non deve consentire, nemmeno per sfinimento, che venga accettato come normale. 

Donne spogliate e «marchiate» con i titoli delle canzoni
A marzo 2020, proprio nel mezzo della quarantena, l'artista pubblica l’album «40ena rmx EP» sul suo profilo Youtube «younger moonstar». Le quattro canzoni rieditate e remixate sono accompagnate dalle immagini di quattro giovani donne spogliate e «marchiate» con i titoli delle canzoni scritti con un pennarello sulla pelle. Secondo outpump.com si tratta di «immagini provocatorie di giovani fans, probabilmente recuperate dai DM [messaggi privati, ndr] dello stesso artista» [QUI]. Le immagini estratte dai relativi video sono sotto riportate nella versione censurata, mentre la versione originale non censurata è visibile QUI]. Risulta paradossale che tra adulti ci sentiamo in dovere di oscurare quanto arriva direttamente a ragazzini e bambini, ma tant'è: lo facciamo e ne siamo contenti.

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Tre questioni mi paiono particolamente urgenti.

La prima è il soggetto ritratto, la donna che, spogliata ed esposta nella sua intimità a fare da supporto grafico col corpo in pose non sessualmente neutre, si espone ad una «marchiatura» che dovrebbe far rabbrividire coloro che lavorano istituzionalmente per la sua giusta e strenua difesa: queste immagini dovrebbero avviare una discussione pubblica, dato che riguarda molti giovanissimi maschi.

La seconda: ammesso che si tratti di immagini inviate volontariamente dalle fans, in aggiunta alla prima questione che resta inalterata, c’è la normalizzazione del sexting, cioè l’invio di immagini a sfondo erotico tra partner e contro il quale un esercito di formatori sta lavorando nelle scuole, quelle stesse che frequentano molti dei fans di questo progetto artistico.

La terza: posto che le immagini siano state inviate in privato, in aggiunta alla prima e alla seconda questione che restano inalterate, ci sarebbe da verificare il grado di consapevolezza dell’impossibilità a ritirare quelle immagini che un domani si rivelassero sconvenienti nello sviluppo della vita personale o professionale di una persona: perchè è questa consapevolezza che i formatori vedono mancare in chi manda materiale di questo genere  tramite le chat dei social network.

Una nota metodologica
Analizzare i progetti artistici non è un giudizio sulla persona-artista che ne è l'artefice principale. Anzi, all'artista offriamo il nostro lavoro affinché possa riflettere sulle questioni educative esposte e diventi, semmai, un alleato creativo nei processi di crescita equilibrata dei più piccoli. Questa offerta vale anche per tutti i corresponsabili di un progetto artistico: da chi studia i fenomeni, a chi  scopre i talenti, li produce e li promuove, a chi sta dietro le quinte e muove le fila degli orientamenti culturali globali.

Una conclusione
La depressione educativa e pastorale di questo periodo ha ulteriormente abbassato la guardia del mondo adulto su questioni particolarmente sensibili come quelle esposte, che richiedono invece un'educazione critica a partire dalla tarda infanzia. Non potendo agire, per mancanza di adeguate risorse, sul lato dell'offerta dei prodotti artistici, possiamo agire sul lato della domanda, anzitutto formando i formatori ad una nuova consapevolezza: chi vuole educare deve conoscere i modelli su cui si formano l'identità personale e quella di gruppo; così come non può ignorare le relazioni mediali degli educandi. E non illudiamoci: lasciando andare le cose, le cose non si risolvono da sé: è nella loro natura. Le mele, anche le più belle e croccanti o si mangiano, o ci si fa una marmellata: dimenticandole per mesi in dispensa, marciscono. E non andrà tutto bene.

Marco Brusati

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L'Autore studia l'influsso dei modelli antropologici mass-mediali sull'educazione e divulga i risultati delle analisi attraverso gli scritti e la formazione per docenti, genitori ed educatori, online o in presenza. È professore a contratto presso l'Università degli Studi di Firenze nel master "Comunicazione istituzionale". Ha curato i contenuti di numerosi eventi ecclesiali, nazionali e internazionali con oltre 5 milioni di partecipanti. Vive nell'area metropolitana di Milano. Info e contatti QUI

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