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Un'analisi dei profili pubblici femminili di preadolescenti e adolescenti su Instagram  rivela che il consenso è proporzionale al livello di seduzione delle foto, scattate in posizioni languide, attraenti, attrattive o, comunque, in atteggiamenti non sessualmente neutri. 

L’attrice e modella brasiliana Bruna Marquezine, nota per un legame sentimentale con il calciatore Neymar, ha confessato di aver passato un brutto periodo di depressione a seguito di alcuni commenti sui Social Network che l’hanno portata a dire: “Ho odiato il mio corpo, pensavo di dover perdere peso e ho preso un lassativo ogni giorno per tre mesi" (golssip.it). Ora la ragazza è in buona salute dopo aver fatto una cura e denuncia: “Il nostro corpo, quello delle donne (…) non deve compiacere nessuno, abbiamo bisogno di essere sani e felici”.
Non è ora tempo di discutere se abbia oggettivamente senso che una modella non voglia suscitare reazioni da parte di coloro ai quali si offre in tutte le salse, anzi in tutte le stoffe o anche senza molte stoffe. In più, c'è da notare che la modella-denunciante vive nel jet-set globale, è legata ad un personaggio tra i più pagati al mondo, frequenta un ambiente dove si ha la possibilità di assoldare psicologi e trainers per rimettersi in carreggiata, dove ci si può permettere di avere giornalisti che raccolgono e rendono pubblico uno sfogo, aiutando, catarticamente, a sentirsi meglio, almeno per un po’.
Ma che ne è della ragazzina, troppo spesso preadolescente, che per sentirsi viva e apprezzata si sente obbligata ad essere fisicamente perfetta, oltre che attraente, attrattiva e seduttiva sui Social Network? Che ne è dell’autostima quando il suo valore è proporzionale ai cuoricini ottenuti grazie al consenso di sconosciuti?

Partendo da queste due domande, andiamo a vedere il contesto Instagram, il Social Network più usato dalle ragazzine che pubblicano foto e video a beneficio o di un gruppo chiuso o di tutti gli utenti del Web. 

Secondo la ricerca #StatusOfMind (Come sta la mente?) della britannica RSPH (Royal Society for Public Health) Instagram è il Social Network con più impatto sulla salute mentale dei giovanissimi: in particolare influisce negativamente sul grado di soddisfazione del proprio corpo con conseguente crescita dei livelli di ansia, depressione e isolamento. Sempre secondo questa ricerca, 9 ragazze su 10 hanno un rapporto conflittuale con il loro aspetto fisico; “sono costantemente preoccupata di cosa gli altri pensano delle mie foto” dice, per esempio, una ragazza intervistata dai ricercatori.

A questo si aggiunge la sindrome FOMO, il cui acronimo (Fear of Missing Out) significa “paura di essere tagliati fuori”, ovvero quel senso di necessità, che ormai quasi tutti noi abbiamo, di essere presenti nella rete per paura o di scomparire o di non essere presenti quando succede qualcosa, arriva una foto, un like, un cuoricino o un commento.

Facciamo un passo avanti: secondo Adam Alter, nel suo libro “Iresistible” (Irresistibile) “siamo strutturati in modo tale che, se un’esperienza ‘schiaccia’ i giusti interruttori neuronali, allora il nostro cervello rilascerà il neurotrasmettitore. Avremo quindi una inondazione di dopamina, che ci farà sentire magnificamente nel breve termine. Nel lungo periodo, però, svilupperemo una certa soglia di tolleranza, per cui ne vorremo di più la volta successiva”. Tanti cuoricini ottenuti da una foto su Instagram hanno un effetto analogo ad una dose di droga, spingendo così ad un comportamento ripetitivo-compulsivo: si pubblica una foto dietro l’altra in attesa di quella che raggiungerà il maggior numero di consensi, in un loop infinito. (mgmtmagazine.com).
Abbiamo quindi un contesto relazionale mediale (Instagram, in questo caso) che potenzialmente induce ansia, depressione e isolamento, da cui non riusciamo a stare fuori (FOMO); per ridurre l’ansia si mettono in atto meccanismi gratificanti di compensazione basati sul consenso, like, retweet o cuoricini.

Siamo al centro della questione: come si attua questo meccanismo? Per rispondere, riportiamo le conclusioni di una nostra ricerca recente, con cui si sono analizzati i profili pubblici femminili di preadolescenti e adolescenti su Instagram: il numero di cuoricini, ovvero il consenso ricevuto principalmente da estranei, è proporzionale al livello di seduzione delle foto, scattate in posizioni languide, attraenti, attrattive o, comunque, in atteggiamenti non sessualmente neutri. Detto in altre parole, la gratificazione immediata e non risolutiva arriva quando le ragazzine si espongono come oggetti sessuali. E si percepiscono come oggetti sessuali. E si educano come oggetti sessuali. Non c’è quindi da stupirsi, ma da piangere, quando leggiamo sul Corriere che “non nel profondo del web, ma su Instagram, il social network fotografico, la vetrina mondiale di vip e di uomini e donne - anche 13enni – c’è la possibilità di scambiare “materiale proibito per 5, 10 o 20 euro”; basta “una parola chiave, un profilo, un messaggio privato e un buono regalo o un codice di pochi euro (…) per avere in cambio foto e video porno. Di maggiorenni e minorenni”. Non c’è da stupirsi, ma da farsi accapponare la pelle, se nella rete corrono messaggi su come ottenere un “lato B perfetto” “grazie alle regine di Instagram” (blog. cliomakeup.com): per essere “regine” di Instagram, non serve a nulla diventare delle AstroSamantha, delle Levi-Montalcini o delle Madri Teresa del terzo millennio. Basta essere diversamente vestite. Il silenzio del mondo educante su questi temi è sconcertante; si tace per incompetenza, pigrizia, paura o per non perdere il consenso; fatto sta che la partita generazionale si gioca qui. Per ora, #MeToo addio, in attesa del prossimo scandalo globale.

 

Marco Brusati

 

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