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In maniera esplicita, senza peli sulla lingua e per il loro stesso bene, dobbiamo ricordare agli adolescenti che chiedere o mandare "qualcosa di sexy" al fine di dare o ottenere il passaporto di ammissione al gruppo, è una prestazione in cambio di qualcosa. E questa, per dirla tutta, è una visione prostitutiva della vita, propria ed altrui. 


Durante la Messa nel cortile di un oratorio italiano, delle animatrici 13enni se la raccontano sottovoce sedute un po’ in disparte, nello spazio aperto; la posizione ravvicinata mi permette di vedere cosa stanno facendo: smartphone in mano, si passano la foto social di una ragazzina, forse una di loro, in costume da bagno grandezza francobollo, ritratta in una posizione che dire sconveniente sarebbe un fragile eufemismo. Seguono sorrisini e occhiatine ai vicini maschi, che dimostrano di saperla lunga nonostante i tre lustri scarsi di vita.

L’episodio stupisce perché è avvenuto durante una celebrazione, ma non sorprende, perché gli adolescenti chattano tra loro non tanto su Messenger o Whatsapp quanto su Snapchat, le cui caratteristiche peculiari favoriscono lo scambio di foto e video intimi, il cosiddetto sexting. La logica del suo funzionamento è semplice: chi manda i video e le foto, può concedere al destinatario da 1 a 10 secondi per vedere il tutto, dopodiché i messaggi si auto-cancellano; chi tenta di fare uno screenshot per salvare quanto gli è arrivato, fa partire un messaggio automatico di allerta al mittente.
Snapchat presenta risvolti complessi e problematici perché ha aperto una vera e propria zona affrancata da ogni processo educativo. Per fugare i dubbi sul fatto che la gran parte degli adolescenti non si scambia in segreto le immagini dei santi patroni delle parrocchie, è bene leggere i consigli che si trovano in rete su origine, senso e uso di Snapchat. La rivista GQ Italia, per fare un esempio, descrive Snapchat come “uno dei social più utilizzati in tutto il mondo, spesso e volentieri anche per le chat più sexy”, che allenta “i freni inibitori, perché “in pochi secondi sparisce tutto”; inoltre, descrive la chat come fatta “apposta per rimorchiare in totale libertà” e con un proprio galateo, finalizzato non tanto al rispetto dell’altro, ma a non fare, cito testualmente, “la figura degli sfig**i”.

Per le ragazze, continua, “basta una foto di una spalla, di un dettaglio come la bocca e un centimetro di pelle nuda e lo scatto risulta più intrigante dei nudi espliciti”, mentre per i ragazzi è più complicato perché si rischia “di passare per uno zimbello" se si manda una foto "del sedere”. Il galateo si conclude con una raccomandazione chiarificatrice: “il video di una ragazza sexy ti piace particolarmente e vuoi immortalarne… diciamo, il viso? Scordati di fare uno screenshot: lei riceverà una notifica e tu passerai per viscidone, secondo le oscure dinamiche delle chat. Piuttosto, chiedile una foto!”. Aggiungiamo che questa cultura ormai radicata ha portato, secondo autorevoli studi statunitensi, l’11% delle bambine tra gli 11 e i 13 anni a inviare via internet foto o video di loro stesse nude o seminude. 

Comprendo che si vivrebbe meglio senza sapere queste cose e che si è tentati di attivare due atavici meccanismi di difesa: l’attacco o la fuga. L’attacco è lo scontro quotidiano che rende la vita impossibile a sé e agli adolescenti. La fuga è il lasciar correre perché “il mondo va così” e “i ragazzi oggi sono così”, fuggendo dalla responsabilità educativa per non soffrire della sindrome da pecora nera, cui va incontro chi pensa, dice o fa cose diverse dalla sua comunità di appartenenza. Suggerisco, piuttosto, una terza via: quando incontriamo gli adolescenti in oratorio, così come in altri ambienti educativi, andiamo un po’ più in là della riduzione del danno dell’”intanto che sono qui non combinano guai altrove” e cerchiamo, piuttosto, di capire quali sono le relazioni mediali che interessano la loro vita quotidiana e che ne stanno formando l’identità di uomini e donne, veri, reali, concreti;  a tal proposito, in maniera esplicita, senza peli sulla lingua e per il loro stesso bene, ricordiamo che chiedere o mandare "qualcosa di sexy" al fine di dare o ottenere il passaporto di ammissione al gruppo è una prestazione in cambio di qualcosa. E questo, per dirla tutta, è una visione prostitutiva della vita, propria ed altrui. 

Marco Brusati

 

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