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Lo smartphone sta diventando strumento di iniziazione dei giovanissimi alla vita adulta, nonché di accettazione nel gruppo dei pari: in realtà è un'estensione mediale da saper usare con prudenza, competenza e preparazione, sotto la guida di adulti educanti. Cosa ci insegna il caso "Balena Blu".

 

A svegliare dal torpore genitori, insegnanti ed educatori ci hanno pensato Le Iene con un servizio su Balena Blu, il web-game che pare abbia portato al suicidio oltre 150 adolescenti, guidati per mesi al tragico gesto attraverso 50 prove. Questo “gioco” non è nuovo: corre in rete dal 2015 ed il suo curatore Philipp Budeikin (alias Filip Lis) sarebbe in un carcere russo dal 2016 per istigazione al suicidio. Come capita non di rado, abbiamo chiuso la stalla quando i buoi sono scappati.

Il clamore mediatico di questi tempi porta con sé il rischio di emulazione, ma permette di fare alcune riflessioni per evitare, in futuro, di gridare “al lupo” quando le pecore sono già mangiate, ferite o disperse.
In Italia, secondo una ricerca di ComScore, a partire da marzo 2017 chi naviga in rete attraverso dispositivi mobili ha superato chi lo fa da computer fisso; a questo sorpasso hanno contribuito i giovanissimi, anche i bambini della Prima Comunione e della Cresima a cui viene regalato uno smartphone, che sta diventando strumento di iniziazione alla vita adulta e di accettazione da parte del gruppo dei pari, mentre è un'estensione mediale da saper usare con prudenza, competenza e preparazione.

I bambini, i preadolescenti e gli adolescenti dotati di smartphone sono però lasciati soli, privati anche di quel cordone ombelicale virtuale che è il cavo di alimentazione del computer di casa; soli in un mondo mediale che non è, come dicono troppi educatori, “il loro mondo”. Piuttosto, è un mondo alieno, in cui non scelgono ma vengono scelti da algoritmi studiati da adulti dall’altra parte del mondo, che li spiano nei più remoti percorsi di navigazione per proporre ciò che ritengono possa piacergli; in cui sono condannati a rincorrere modelli inarrivabili perché falsi e ri-costruiti a tavolino, come le bellezze scolpite con Photoshop; in cui molti, troppi videoclip musicali li istigano a divertirsi sballandosi; in cui usano chat che cancellano video e foto dopo la visualizzazione, senza lasciare traccia, creando così una zona franca in cui nessun adulto può entrare, né verificare, né aiutare, né correggere, né educare e dove succede di tutto e sempre più presto; un mondo in cui il primo contatto con un’immagine pornografica si ha tra gli 8 e i 10 anni ed in cui, secondo lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis, la maggioranza dei fruitori di pornografia sul web ha dai 12 ai 17 anni.

Non è il loro mondo e, sono certo, non è quello sognato da loro e per loro. Forse bisognava aspettare la denuncia televisiva di un gioco suicida come Balena Blu per iniziare ad accorgersi che altri soggetti sono entrati nella vita dei nostri “figli” e la stanno guidando senza una direzione, un senso, un significato, incrostandola con strati sempre più spessi di assurdità. Ed è paradossale che degli adolescenti abbiano sacrificato la loro vita per un gioco criminale, seguendo, in questo come in altri casi, chi le offriva una parvenza di senso, attraverso regole, ostacoli da superare, dolore e sofferenza: un senso tragico, dissolutore, malvagio; in controluce, però, possiamo leggere la richiesta che le nuove generazioni fanno sempre a quelle precedenti, anche quando vi entrano in conflitto: dare significato alla vita, sapere perché vale la pena viverla. Per questi adolescenti è il tempo del silenzio e della preghiera. Per noi, è tempo di non perdere più tempo ai margini della vita virtuale dei più giovani.

Marco Brusati

 

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