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 Perché un insegnante che dicesse frasi volgari a dei bambini subirebbe sanzioni giuridiche e l’ignominia sociale, mentre dei cantanti, in forza della loro notorietà, si possono permettere di farlo?

Di rientro dalle vacanze di Natale, un insegnante trentenne, maschio, entra in prima elementare e davanti ai bambini di sei anni inizia a declamare: “Guarda, guarda il ca*, che me ne frega,  aspetta che ti mostro il ca*, che me ne frega”. Il fatto è che lo va ripetendo ritmicamente davanti a Michele e Giada, Giovanni e Kadisha, Igor e Lucia. Sia chiaro, non dice la parola tutta intera: giusto per essere onesti nella citazione, ma nemmeno ingenui da non capirne l’allusione. 

Dopo cinque minuti di questa esperienza, Giovanni scoppia a piangere ed esce correndo dalla classe; un insegnante lo vede e gli chiede il motivo; saputolo, lo porta dal dirigente scolastico che, entrato in classe, apostrofa pesantemente l’insegnante, lo invita ad andarsene, sostituendolo con un altro docente; poche ore dopo, il dirigente affronta il gruppo inferocito di mamme, papà, nonni e nonne, che, grazie al gruppo Whatsapp, sono già venuti a sapere la cosa. Il giorno dopo, l’insegnante viene sospeso con tanto di comunicato stampa del Ministero. L’episodio è plausibile, ma inventato: tuttavia assomiglia molto a quello che vi vado a raccontare. Cambiano i soggetti: al posto dell’insegnante, ci sono cantanti di successo.

Per il Capodanno 2017 a Bari, definito dal suo Sindaco il “Capodanno dei bambini”, sono stati invitati i rappers Fedez, J Ax e Fabio Rovazzi, che hanno pensato bene di cantare tutti insieme il nuovo brano rovazziano “É tutto molto interessante”, che ripete diverse volte la frase che ho messo, poco fa, in bocca all’insegnante. Peccato. Sì, peccato, non solo per il gioco di parole volgare di cui non si sentiva la mancanza, ma perché, stando al resoconto di Repubblica, la piazza era “piena di bambini” ed “erano più gli under 14 che le bottiglie stappate, a conferma che gli ospiti del Capodanno barese erano soprattutto nel cuore dei più piccoli (visti bambini di tre-quattro anni ripetere a memoria ogni canzone e ogni passo dei balletti di Fabio Rovazzi)”.

Tornando alla storia iniziale, nascono tre domande: perché un insegnante che dicesse una frase del genere a dei bambini subirebbe sanzioni giuridiche e l’ignominia sociale, mentre dei cantanti, in forza della loro notorietà, si possono permettere di farlo, come è successo a Bari? Perché nessun genitore, educatore, amministratore o religioso ha sollevato una benché minima questione di opportunità? Non sono forse gli stessi bambini, quelli che si trovano sotto un palco a Capodanno e quelli che vanno a scuola e per i quali arrotondiamo ogni forma di spigolosità linguistica per non offendere il più recondito dei sentimenti? Io, intanto, al solo pensiero che uomini adulti abbiano potuto dire o cantare frasi del genere davanti a dei bambini di pochi anni nel silenzio di tutti gli altri adulti mi riempio di vergogna: spero possa essere così anche per i miei 24 lettori, affinché dalla vergogna si possa ripartire per salvaguardare e proteggere i bambini dalle spire fagocitanti di uno star-system globale che ha sempre più fame di seguaci sempre più piccoli. Non possiamo più rimandare.

Marco Brusati

 

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