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Canzoni, fiction e film rappresentano il divertimento di ragazzini sempre più bambini come tempo e luogo di sballo: ci si ubriaca, si fa uso di droghe come fosse la cosa più normale del mondo. Dalla finzione alla realtà il passo è putroppo breve, se non interviene il mondo educante che però non si intravvede all'orizzonte.

Roma non ha ancora finito di piangere Gaia e Camilla, le due ragazze di 16 anni uccise alla fine dello scorso anno da un proiettile in corsa guidato da un 20enne positivo ad alcoltest e drogatest.

Se non fosse che l'investitore era Pietro Genovese, figlio del noto regista Paolo, tutto sarebbe stato derubricato a fatto di cronaca e sarebbe presto uscito dall'interesse mediatico, che invece si è mantenuto elevato fino a questi ultimi giorni, per via della recente richiesta di patteggiamento a due anni e sei mesi, con la concreta ipotesi che la pena sia sospesa, senza carcere o servizi sociali [QUI].

Probabilmente non avrà stessa sorte mediatica l'omicidio stradale del piccolo Mattia, 14 anni, falciato sulle strisce pedonali nel quartiere Infernetto di Roma, di ritorno dalla pizzata con gli amici vicino a casa per festeggiare la fine della scuola. «A travolgerlo un ragazzo di 22 anni alla guida di una Peugeot 106 verde che prima lo ha fatto volare per una quindicina di metri sull’asfalto e poi si è fermata cinquanta metri più avanti. Sull’asfalto nessun segno di frenata apparente» [QUI]. «L'auto procedeva come un proiettile», secondo gli amici della vittima, che hanno riferito che quando l'investitore «è sceso in strada si è acceso una sigaretta e ci ha detto che non eravamo sulle strisce. Ha preso il telefono per chiamare il padre e serenamente gli ha detto ‘Oh pa', ho investito uno"» [QUI].

E così il fatto ci coinvolge, travolge, sconvolge perché avremmo voluto non fosse vero che l'investitore, ventenne come il suo omologo più famoso, risultasse positivo ai test per droga e alcol [QUI]. Detto in parole povere, dure, ma realisitche: drogato e ubriaco. Alcuni giornali riportano la «sola» positività alle sostanze stupefacenti. Comunque sia, l'investitore è stato trovato positivo ai test tossicologici ed è stato arrestato.

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Ancora, ancora un ragazzo tra tanti cui nessuno nei suoi brevi anni ha mai efficacemente contestato che essere qualcuno, moderno, al passo con i tempi non può e non deve comprendere alcol e droga, né tanto meno alcol, droga e guida annebbiata  dalle sostanze ad una velocità da circuito da corsa.

Capiamo adesso che i modelli di divertimento a base di alcol, droga e altre sostanze psicotrope cui 24/7 sottoponiamo anche i bambini non sono espressione libera della creatività umana, ma fanno male, tanto male e uccidono, in diversi modi. Quasi non c'è canzone, fiction, film che non rappresenti il divertimento dei giovanissimi in questo modo, senza alternative plausibili a quelle distruttive, anche della salute fisica o della vita stessa. 

Non contestare questa cultura dello sballo e non criticarla è una colpa sociale; considerare normale che gli idoli di bambini e bambine, ragazzini e ragazzine cantino di alcol e droga come modo ordinario per passare il tempo libero è una colpa sociale; lasciare che questi modelli si diffondano senza alcun argine critico negli ambienti dove si deve educare alla vita buona come nelle scuole è una colpa sociale; se avviene nelle comunità cristiane è una colpa sociale e un peccato grave.

C'è poi da preoccuparsi quando capita di leggere sul profilo Social di un formatore di bambini, adolescenti e giovani che essere empi [non-santi, unholy] è nella natura umana, concetto utilizzato per introdurre la canzone «Unholy» di Miley Cyrus che recita così: «sono un po' ubriaca, lo so, mi sto sballando da morire, sono un po' empia, e quindi? Tutti lo sono (...) Svegliata nel mezzo di un breackdown; faccio sesso sul tavolo con il cibo da asporto (...) Sono un po' ubriaca, lo so, mi sto sballando da morire. Sono un po' empia. Quindi? Sono tutti così». 

Don Gian Matteo Botto, celebrando qualche mese fa i funerali di Gaia e Camilla ha detto che «il senso della vita non è fumare e ubriacarsi ma amarci gli uni con gli altri». Chi oggi osa dirlo ai ragazzini-bambini estasiati davanti ai loro idoli che «predicano» 24/7 alcol, droga come parte del divertimento? Nessuno, o quasi. Spesso nemmeno i loro formatori, perché bisogna essere pronti a reazioni che vanno dal sarcasmo, all'offesa, all'insulto. Ma ne vale la pena, almeno per me.

Ma prima di concludere, anzi prima di ogni altra cosa, mettiamoci in ginocchio per il piccolo Matteo e chiediamo perdono per non averlo saputo proteggere e per non avere avuto il coraggio di contrastare quella cultura dello sballo di cui è stato incolpevolmente e ingiustificatamente vittima. Riposi in pace. Noi ci stringiamo al dolore lacerante della sua famiglia.

Marco Brusati

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