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Secondo l'Ansa, «con un decreto firmato dal ministro dei Trasporti Paola De Micheli, da domani [il 3 giugno, ndr] diventa obbligatoria la misurazione della febbre per chi viaggia con l'Alta Velocità o con gli Intercity: ci saranno degli ingressi dedicati nelle stazioni e, in caso si abbia più di 37,5°C, non sarà consentito l'accesso a bordo del treno».

Questa notizia ripresa dall'Ansa e da tutti i principali quotidiani (QUI) (QUI) apre una serie di questioni problematiche, di forma e sostanza.

Chi ha scritto il decreto sposa, in premessa, almeno questa serie di affermazioni: (1) chi ha la febbre ha il Covid-19, fino a prova contraria; (2) il Covid-19 è un virus pericoloso; (3) chi ha la febbre è pericoloso, va isolato e gli va impedito entrare in contatto con gli altri al fine di evitare la diffusione del contagio stando con altre persone in treno. Solo con queste premesse ha senso una norma che prevede la misurazione della temperatura in stazione e il blocco della partenza di chi venisse trovato con una temperatura di almeno 37,5°.

Tuttavia, la norma non impedisce a tutti coloro che hanno la febbre di prendere un treno, in quanto la misurazione avviene solo per chi sta prendendo un treno Alta Velocità o un Intercity ed è qui che l'impianto normativo inizia a traballare in quanto esclude, ad esempio, tutti i pendolari che utilizzano treni locali, regionali o interregionali, che, prima della crisi erano oltre 2,8 milioni al giorno secondo una ricerca di Legambiente (QUI). Questo porta due considerazioni: (1) milioni di persone non sono controllate e, stando alla ratio del decreto [non alla mia], non viaggiano sicure in quanto potrebbe esserci chi sale su un treno con la febbre da Covid-19; (2) i pendolari sono coloro che storicamente viaggiano nelle peggiori condizioni di affollamento delle carrozze; voglio ricordare un aspetto poco evidenziato al momento dello scoppio della pandemia nella Bassa Lodigiana dove i pendolari, a causa del deragliamento del Freccia Rossa, per settimane hanno viaggiato sulla linea Milano-Lodi-Casalpusterlengo-Codogno in treni ridotti a metà delle corse, in pullman sostitutivi e accatastati uno sull'altro con ritardi biblici, come mi hanno riferito decine di persone, tra cui anche chi purtroppo oggi non c'è più.

La norma, a questo punto, pone una pesante questione di giustizia sociale, in quanto protegge i cittadini che prendono i treni più costosi ed a maggiore redditività per le compagnie ferroviarie, cosa lecita, ma che non può essere la discriminante per la sicurezza dei viaggiatori. In alternativa ci sono due ipotesi di scuola: (1) il virus non è pericoloso ed i controlli sui treni Alta Velocità ed Intercity fungerebbero da rassicurante incentivo per i viaggiatori a riprendere i viaggi; (2) il virus rimane pericoloso ma non potendo controllare tutte le piccole stazioni italiane, si riduce il danno privilegiando chi fa lunghi viaggi e spende più di un misero abbonamento. In entrambi i casi, non se ne esce e non si percorre la strada della giustizia e dell'equità.

Marco Brusati

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