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Don Alberto Ravagnani, 26 anni, prete di Busto Arsizio (VA), ha recentemente caricato alcuni suoi video su Youtube per spiegare la fede, che hanno avuto un buon successo di like (QUI). Nulla da eccepire, anzi: chi fa del bene e lo fa bene, ben venga! 

Tralascio l'analisi tecnica: (1) dei video in stile Marco Montemagno, star del web, cosa che si intuisce guardando la sinossi fotografica qui sotto; (2) del tipo di pubblico: è da dimostrare dati alla mano che i follower siano principalmente giovanissimi, dato che i profili di chi commenta non sembrerebbero di tale fascia d'età; (3) della modalità narrativa, piuttosto «carica». Ha fatto le sue scelte, bene, bravo: non si discutono e si apprezzano a prescindere.

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Quello che sorprende è che sia diventato giudice di altre forme di comunicazione della fede di suoi confratelli, come leggiamo in una recente intervista su Famiglia Cristiana (QUI). Rispondendo al giornalista, infatti, ha affermato che, in questo periodo di quarantena, l’evento comunicativo più efficace da parte della Chiesa è stato, ça va sans dire, «la preghiera del Papa il 27 marzo nella piazza San Pietro vuota» mentre quello meno efficace sono stati «i preti che sono usciti per le strade sui camioncini portando in giro i simboli della fede, dalle icone della Madonna alla Croce al Santissimo Sacramento» (QUI). Il concetto è stato ripreso anche dalla testata cattolica Aleteia (QUI), che ha titolato: «Don Alberto, youtuber da record: a volte siamo scontati, dico “no” ai preti sui camioncini». C'è da dire che queste ultime non sono le parole esatte, ma quelle del titolista di Aleteia, che tuttavia ci fa capire che questo tipo di contenuto, ad oggi non smentito, non è accessorio al discorso generale.

Su questa analisi, ho tre osservazioni.

1) Le iniziative ecclesiali [fisiche, social, televisive o quant'altro] non sono un concerto di una rock-star dove tutto è per necessità centrato sulla celebrazione dell'idolo del momento; nelle iniziative ecclesiali, tutto rimanda ad altro, anzi ad un Altro, dietro il quale chi agisce dovrebbe essere il più nascosto possibile, pur prestandosi alla vista. Classificare gli eventi ecclesiali come eventi di comunicazione tout court è  un criterio analitico non sufficiente, soprattutto quando è fatto da dentro la Chiesa, come in questo caso. 

2) L'azione comunicativa ecclesiale è fatta a livelli diversi in cui prevale assolutamente quello frontale [comunitario e sacramentale] come ha detto chiaramente anche Papa Francesco il 17 aprile scorso: «la Chiesa è popolo e sacramenti», altrimenti «non è Chiesa». Quindi possono concorrere al bene sia il prete su Youtube sia i preti sui camioncini.

3) Può anche essere che i preti sui camioncini abbiano fatto sorridere qualcuno e che siano stati derisi: chi non lo è oggi, nel perenne sghignazzo internettiano? Tuttavia i preti sui camioncini, peraltro originali e facilmente comunicabili, hanno incontrato la gente, seppure a distanza di un balcone o di un marciapiede; magari hanno fatto piangere di commozione gli anziani; hanno fatto inginocchiare chi aveva la ginocchia spiritualmente ingessate da tempo; hanno ricevuto il saluto dei ragazzini che hanno incontrato; hanno fatto fare il segno della croce a chi se l'era dimenticato da tempo; hanno benedetto chi non vedeva la chiesa dal giorno della Cresima; si sono resi fisicamente presenti per rendere visibile un'altra Presenza; in questo mostrare l'Altro risiede l'efficacia di un evento comunicativo non generale, ma ecclesiale.

E', questa, la modernissima antichità dei preti sui camioncini. Che dobbiamo ringraziare. Anche. Tutti.

Marco Brusati
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