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auto-a-tutta-velocita-519030.660x368.jpgLa tragedia di Corso Francia a Roma, dove hanno perso la vita Gaia e Camilla investite da un giovane 20enne trovato positivo ai test per le sostanze, porta tre ordini di questioni.

1) l'uso di alcol e droga; 
2) la guida in stato di alterazione da sostanza;
3) le «challange», ovvero le sfide che animano ragazzini e adolescenti sempre più bambini e bambine, tra cui quella che chiamano il «giochino del semaforo».

Delle prime due ho già parlato QUI. Delle sfide social si è invece parlato poco, troppo poco, e spesso ci si è riso sopra, riconducendole a delle bravate giovanili, mentre sono il sintomo di qualcosa che non va. Questo «qualcosa» è l'abbandono dei giovanissimi sulle autostrade della rete da parte degli adulti, in un ambiente ostile ad una minima progettualità educativa ed in compagnia di modelli mediali che seducono per generare like, traffico di dati e soldi.

E non interessa se per questo risultato si «predica», favorisce e diffonde la normalità dell'uso di alcol, droga e sostanze psicotrope (QUIQUIQUI); o una sessualizzazione tanto precoce che, anche se non tutti ne sono consapevoli, pone le condizioni per una pedofilizzazione della società, che su questo tema si trova in avanzato stato di decomposizione (QUI); o l'uso ricreativo di medicine prese nell'armadetto di mamma (QUI); oppure l'aggressione sessuale verbale (QUI). 

E non interessa se i nostri figli perdono giornata nel partecipare, vedere e likare sfide social come quella di passare di corsa su una strada trafficata col semaforo rosso. Qui non stiamo nemmeno lontanamente dicendo o pensando che le povere ragazze investite a Roma abbiano praticato questo genere di sfida; forse il discorso è uscito sui giornali per preparare una sorta di difesa preventiva in vista del procedimento giudiziario; ma tant'è, se ne parla ed è bene parlarne: le sfide social esistono e sono continuamente alimentate da chi vuole sedurre i nostri figli perché il loro consenso rende, e molto. Tra le moltissime,  possiamo citare le classiche «Neknomination» in cui gli adolescenti si riprendono in maniera «creativa» mentre bevono alcol illegalmente; la «CellophaneTape» in cui si sfidano a chi si avvolge il volto con il cellophane dandogli parvenze mostruose; la «Kylie Jenner Lip Challange» in cui si aspirano le labbra con pompette che creano il vuoto per gonfiarle e  farle assomigliare a quelle della Jenner, noto personaggio televisivo statunitense; la pericolosissima «Bright Eye Challenge», in cui occorre mettere in un sacchetto di plastica candeggina, disinfettante per le mani e schiuma da barba appoggiando poi il sacchetto pieno di questo mix pericoloso su un occhio a scelta: dopo pochi minuti, tolto l’impacco, si potrà notare che l’iride sarà diventata di un altro colore. Questo per dare solo qualche minimo esempio.

Domando in conclusione: possiamo educare le nuove generazioni senza conoscere che tipo di provocazioni stanno affrontando da sole, nella solitudine delle loro camere, con uno smartphone in mano?  Far finta di niente è pur sempre un peccato di omissione, più grave per chi ha mezzi e strutture per intervenire e non lo fa. Nemmeno a dirglielo. Nemmeno a pregarli. Cosa che io ho fatto, senza ottenere una benché minima considerazione.

Marco Brusati

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