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Nota introduttiva del 18 settembre 2021: da qualche settimana si sentono in giro esperti che, nella convinzione di dire cose nuove, sostengono che lo smartphone non andrebbe dato ai bambini sotto una certa età.

Se avete la pazienza di leggere questo editoriale 'evergreen' del 2017 vedete che a questa conclusione ci eravamo già arrivati almeno 4 anni fa. Mi permetto di dire, ma simpaticamente e senza polemica, che l'esperto sarebbe chiamato a leggere la realtà e a prevederne gli sviluppi prima degli altri. O almeno così dovrebbe essere. Ma magari mi sbaglio, cosa non rara. Buona [per così dire] lettura, anzi ri-lettura.

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Esther Arén Vidal è Ispettrice-capo della Polizia spagnola che contrasta gli abusi sui minori: è una che il male lo incontra tutti i giorni nei volti distrutti e nei corpi violati di bambine e bambini, ragazzini e ragazzine. In un’intervista rilasciata a Radio Onda Cero e ripresa dal sito spagnolo Religion en Libertad, ha pestato duro su molte convinzioni radicate nell’educazione, anche negli oratori e nelle comunità cristiane: da “il male c’è sempre stato” a “non possiamo demonizzare la tecnologia” fino a “i bambini nascono col cellulare in mano”. 

Dopo aver evidenziato che, anche in rete, “dove ci sono bambini, ci sono pedofili”, la Arén Vidal ha fatto emergere un elemento sconcertante: nella rete, chi abusa dei minori, non è solo l’adulto, ma, sempre più spesso, è un coetaneo poco più che bambino. E' il cosiddetto cyber-bullismo che va dalla presa in giro, allo scambio di foto intime (sexting), alla violenza verbale, all’istigazione al suicidio: questo è un fatto nuovo, in crescita e preoccupante. E quando si verifica un abuso digitale – suggerisce l’Ispettrice - non bisogna trattare la cosa come un semplice conflitto tra le parti, ma come un reato, “anche se chi abusa ha 13 anni e per questo non andrà in prigione”, ma può vedere, capire ed essere educato al fatto “che le azioni hanno conseguenze”.

E continua: “se dai a un minore un’auto, senza patente, senza accompagnarlo, è chiaro che non uscirà illeso. Ora, ai bambini stiamo dando terminali di ultima generazione perché vadano a 200 all’ora per la rete senza che abbiano idea” di cosa stanno facendo. Per questo “non si deve dare un cellulare a chi ha meno di 12 anni, tanto meno con la connessione a Internet. Whatsapp non si deve avere fino ai 16 anni e lo dice la stessa rete Whatsapp anche se questo quasi nessuno lo sa”. Se poi parliamo dei Social Network che spingono all’anonimato come ThisCrush o alla cancellazione dei dati come Snapchat, occorre dire una sola cosa: questi, mai! E i genitori li cancellino pure dai cellulari dei loro figli, affinché possano dialogare, anche in rete, ma alla luce del sole e non di nascosto.

Sono parole dure che ci vengono suggerite da una donna, mamma di due adolescenti, Ispettrice di polizia impegnata nel contrasto degli abusi sui minori: una che sa cosa dice, mica come quelle starlette o quegli opinion leader del “vietato vietare” che devono compiacere l’editore, che deve compiacere il politico, che deve compiacere la lobby, che deve compiacere i finanziatori; mica come quell’educatore d’oratorio con la sciarpa multicolore, che deve compiacere ragazzini e ragazzine che “sennò se ne vanno” e che “sennò chissà i genitori che menate mi fanno”; e quindi evita di dire parole che siano un lontanissimo parente di un “no”, duro, ma che salva.
Ecco, in questo periodo di educazione tutta zucchero e marmellata, tutta politicamente corretta e attenta a non offendere mai nessuno, un intervento come questo è uno schiaffo morale salutare. E che ci svegli, mi auguro. 

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