rsuk44 (2).pngNon siamo in un videogioco. La gente muore e soffre davvero: civili, militari, in armi e disarmati. A partire dai più deboli che si rifugiano sottoterra. I disabili non hanno nemmeno questa infima chanceE la nostra comunicazione?

Dopo almeno tre lustri di crescente conflittualità verbale sui nuovi e vecchi mass-media, non riusciamo più a sentire parole di pace, rispetto, dialogo tra gli interlocutori; anzi nei programmi radioTv e sotto i post di illustrissimi sconosciuti si creano solchi, divisioni, schieramenti, tifoserie, come se uscire vincitori dalla discussione fosse l'obiettivo primario e non la tregua e la fine delle ostilità belliche. Ci sono anche parole d'odio, sui Social soprattutto: insulti, esclusioni e aggressioni verbali, che risultano ancora più stucchevoli se messe in atto da chi si dice contrario ai conflitti. Siamo, se non ci fossimo accorti, nell'era dei Social, quelli della non-declinazione del pensiero, dell'on-off, del pro-contro, del dentro-fuori, dei favorevoli-contrari, degli amici-nemici, appunto. Sia ben chiaro: nessuno nega i fatti. Nessuno nega le responsabilità. Nessuno nega la sofferenza. Nessuno nega la morte. Nessuno. Nemmeno io. Ovviamente: doverlo ribadire fa già capire cosa sta  succedendo.

Ora serve la pace: la pace si invoca, come ha detto oggi il Papa nell'udienza di inizio Quaresima. Prima della pace duratura, anche una tregua. Anche di un giorno, all'inizio.

Oggi dai nostri media e Social serve guardare ai fragilissimi tavoli delle trattative con stupida fiducia piuttosto che con quel saccente cinismo del  'tanto sappiamo che non si combinerà niente'. Volere la pace signifiica sapere usare parole di pace, anzitutto. Descrivere i negoziati come 'round', ovvero riprese pugilistiche, dice un pensiero che poi si rivela nei luoghi della discussione mediale. E senza parole di pace non c'è e non ci sarà pace. E non si vince mai 10 a zero. Sempre si incassa almeno un goal, anche il competitor più potente incassa un goal. Che in guerra significa sofferenza e morte, non dei potenti, ma della povera gente.

Il territorialmente piccolissimo Vaticano e la grandissima Cina, l'uno come superautorità morale e l'altro come superpotenza economica stanno usando la parola 'dialogo', nelle sue declinazioni di 'trattativa', 'no escalation', 'non allargamento del conflitto'. Per fermare le armi. Perché il dialogo non è una parola da applaudire solo in tempo di pace nei convegni, sui media o sui Social, ben riparati dietro una tastiera o sostenuti da un pubblico pagante o pagato.

Se vuoi salvare uno con un infarto in atto, non ti metti a litigare attorno al letto con i colleghi medici e i familiari su quanti salumi abbia mangiato l'infartuato, tanto che gli si sono ostruite le arterie. Gli scarichi il defibrillatore al centro del petto e lo salvi. O almeno cerchi. Ci provi. Ti impegni. Poi gli prescrivi esami e dieta. Mentre nel presente eterno cui ci ha abituato la nostra vita perennemente online, pare che il prima e il dopo non esistano, che le soluzioni parziali non possano esserci, che, di fatto, la diplomazia, anche quella della discussione,  sia scambiata per cedimento all'avversario. Il nemico, appunto. 

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