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Stupisce e ferisce che negli oratori, luoghi educativi per eccellenza, gli stessi ragazzini dicano l’"Ave Maria" e cantino una bestemmia alla Madonna, recitino il "Padre Nostro" e cantino "padre satana"; imparino “onora padre e madre” e insultino sessualmente la mamma di un altro (cantando, s'intende!); gli venga insegnato che “la carità non manca di rispetto”, mentre cantano che la donna è da usare per il proprio piacere; ascoltano, contemporaneamente, il mantra sulla vita sana, naturale, sportiva e l’esaltazione della droga. Nel silenzio del mondo educante.

Primo giro di citazioni: “padre satana, mio padre satana”, “sto trappando all’inferno, con mio padre”, “accendo canne all’inferno”, “cucino coca”, “mangio la droga come caramelle, sto all’inferno col triplo 6”, “padre satana, posso venire a ballare alla disco inferno?”; e padre satana risponde: “vieni figlioletto signorino, la coca non portarla, ce l’ho già io”. Secondo giro: “ma che buona questa dolce droga”, “sembra che sono su una giostra; se la senti zuccherina, sì, quella lì è dolce droga”, “ho la testa (…) completamente vuota, ma che buona questa dolce droga”. Terzo giro: “Scemo, dammi la tua pu***na, sennò me la prendo io, no non te la devi prendere, la farò stare da di*”, “La tua tipa è qua con me, ya com'è zo***la”; “prendo tutto e scappo in Spagna, con tua madre quella cagn*”.

Si tratta di frasi estratte da alcune canzoni di Young Signorino (“Padre satana”, “Dolce droga”, “La danza dell’ambulanza”, “Haribo” e l’omonima “Young Signorino"), l’ultima novità di successo del Trap italiano, uno da molti milioni di click in pochi giorni. Parto da lui, ma non parlerò di lui, perché già troppe parole si sono spese lungo queste direttrici: è diseducativo (vero, come molti suoi colleghi con la faccia pulita); non fa musica (falso, perché uno mescola i suoni come vuole); non dice nulla perché non mette le parole (falso, perché anche i suoni comunicano, come swiiiss rrruuummble nei fumetti); si dimentica le canzoni durante i concerti talmente è sotto effetto di sostanze (vero, ma succede anche ai sobri). Per capire la portata della questione, partiamo da una ricerca di Hope realizzata nel mese di maggio tra i 12-14enni incontrati negli oratori italiani. 

Sono state poste due semplici domande: “conosci Young Signorino?” e “cosa ne pensi?”. Se non sorprende che la quasi totalità lo conosca, stupisce che venga considerato “un grande!” da pressoché tutti gli intervistati. Stupisce e ferisce che, negli oratori, luoghi educativi per eccellenza, gli stessi ragazzini, nel silenzio del mondo educante, dicano l’"Ave Maria" e cantino una bestemmia alla Madonna, recitino il "Padre Nostro" e cantino "padre satana", imparino “onora padre e madre” e insultino sessualmente la mamma di un altro dandole della “cagn*” (cantando, s'intende!); gli venga insegnato che “la carità non manca di rispetto”, mentre cantano che la donna è sempre, comunque, quantunque una “tr**a” da usare per il proprio piacere o come compagnia per lo sballo più feroce; ascoltano, contemporaneamente, il mantra sulla vita sana, naturale, sportiva e l’esaltazione della droga come esperienza sintetica di uscita dalla relazione con gli altri ed amplificazione solipsistica dell’esperienza sensoriale.

Come sappiamo, il male c’è sempre stato, così come i cattivi maestri; oggi, il problema non è solo che un artista si reinventi satanista e canti tutte le aberrazioni della vita per avere qualche mese di successo, ma che le sue idee entrino, come il coltello nel burro, dentro il cuore dei ragazzini d’oratorio, che gli tributano plauso e consenso in maniera totalmente acritica, come diretta conseguenza della solitudine in cui coltivano le loro amicizie mediali e del silenzio, cosciente o incosciente, degli educatori. Purtroppo, la “strategia del silenzio, la più praticata anche in ambiente ecclesiale, espone e predispone alla progressiva sclerosi della coscienza critica delle persone, che diventano, prima, insensibili alle sollecitazioni e, poi, incapaci di distinguere il bene dal male. Così l'assuefazione al male diventa essa stessa un male”*. Chi mi segue conosce la tesi di fondo di questi interventi: la musica ha due funzioni privilegiate: quella di sherpa, che apre strade nuove nelle coscienze, e quella di architetto, che ri-progetta le gerarchie valoriali; la musica è quindi la prima per-formatrice culturale e ri-creatrice di modelli di vita a partire dalla tarda infanzia. In questo scenario, le nuove generazioni stanno ri-formando la loro vita su modelli affascinanti nel brevissimo periodo, ma che non saziano la fame di bellezza e di verità e spesso introducono in gorghi esistenziali.
Ecco perché tenere un faro acceso sui fenomeni musicali consente di pre-vedere quello che sta entrando nella cultura delle giovani generazioni e agire in via pre-ventiva, con quel metodo che don Bosco ha pensato anche per i moderni oratori. Quando si dice che la musica abbatte le barriere tra persone si dice una cosa auto-evidente, quasi banale, per non dire stucchevole e financo fastidiosa nella sua ripetitività spesso priva di significato. Ma l’aspetto che non si riesce a cogliere è che la musica abbatte rapidamente una ad una le benefiche barriere immunitarie di una cultura capace di riconoscere e bloccare gli attacchi di virus che portano una comunità alla morte: droga, pansessualismo precocissimo, violenza, aggressioni verbali e via dicendo.
I pochissimi che si sono impossessati a livello globale delle produzioni musicali, oltre che dei canali attraverso cui vengono globalmente diffuse, hanno in mano le chiavi di casa della cultura dei più giovani e guidano, di conseguenza, lo sviluppo della società futura. Per questo, non parlare dei prodotti musicali mediali, non criticarli, non considerarli centrali nella formazione di chi è affidato alle cure educative in oratorio, significa avere perso la partita prima ancora di andare a comprare le scarpette per entrare in campo; non parlarne per non fare pubblicità, poi, significa illudersi di contare qualcosa nel successo o nell’insuccesso di un fenomeno artistico, il che è un peccato di superbia. In fin dei conti, non conoscere le relazioni mediali delle persone che si desiderano orientare al bene, ci sta avviando verso il precipizio di un'educazione fallimentare.

* Citazione da questo editoriale: QUI

Marco Brusati

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