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I Social Network usati nell'anonimato ed in gran segreto dai giovanissimi si stanno trasformando in non-luoghi di abusi e violenze, che, fuori da ogni attenzione educativa, si riversano nei luoghi della vita reale, con tutto il carico di disagio, sofferenza morale, dolore psichico e, purtroppo, anche di ferite e morte,  come ci raccontano recenti fatti di cronaca, dalle risse fuori dalle discoteche alla tristissima, tragica, intricata quanto inqualificabile vicenda che ha portato all'omicidio di Noemi, la giovanissima ragazza pugliese.

“Sei ridicola, hai 12 anni e ti comporti da tr**a”;“sei così piccola e carina, datti al porno”: sono di questo tenore molti commenti anonimi riportati su profili Instagram di ragazzine, visibili a tutti gli utenti; lo stile ci suggerisce che a mandarli non siano lontani e vecchi maniaci, ma conoscenti e coetanei delle interessate. Chi partisse alla ricerca di un virus o un hacker insinuatosi abusivamente nei profili, si fermi subito, perché da quest'estate è possibile mandare “legalmente” messaggi in totale anonimato tramite Thiscrush, l’App di ultima generazione che spopola tra i giovanissimi.

Il processo di ri-de-generazione dei Social è avvenuto in poco tempo. Il primo salto evolutivo è stato compiuto da SnapChat, un’App nata per mandare alla propria rete video e foto che si auto-cancellano; secondo la rivista GQ, SnapChat è un sistema “pensato apposta per scambiarsi foto a luci rosse”, oltre ad analoghi video; nel 2016 sono stati scambiati oltre 10 miliardi di contributi. Il secondo salto evolutivo è stato realizzato da Sarahah, un’App molto diffusa progettata da un saudita, tramite la quale i giovanissimi possono scambiare messaggi anonimi con i membri della rete. Il terzo salto evolutivo è stato fatto, appunto, da Thiscrush, una sorta di App gemella di Sarahah, il cui nome significa “questa cotta amorosa”, ci fosse ancora qualche dubbio sull’indirizzo a sfondo erotico-sessuale da dare ai commenti; Thiscrush permette di postare in maniera anonima sulla bacheca di un utente che non può controbattere: per farlo, magari per difendersi, può usare Instagram, da dove sono stati presi gli insulti riportati in apertura.

A questo punto, dobbiamo fare anche noi un salto evolutivo nella riflessione educativa, anzitutto partendo da un dato di fatto: lasciare soli dei ragazzini e delle ragazzine nell’anonimato significa aprire le porte dell’inferno mediale. In secondo luogo: solo respirare, bere e mangiare sono bisogni fisiologici inalienabili, mentre SnapChat, Sarahah e Thiscrush non sono dei dati di fatto, non sono necessità insostituibili e vitali, ma prodotti industriali che fanno leva sulle aspirazioni di libertà dei giovanissimi per massimizzare il numero di utenti e, quindi, ottimizzare il ritorno di investimenti stratosferici. Invece, un’interessata contro-narrazione vorrebbe farci credere che questi Social Network di ultima generazione siano strumenti necessari a soddisfare il bisogno di comunità dei giovanissimi: ma basterebbe Whatsapp, per questo, o Messenger, che però non sono in testa nelle preferenze dei nostri giovanissimi, mentre è l’anonimato che sono indotti a cercare, sono i contenuti trasgressivi che sono spinti a scambiare, lontano dallo sguardo di chi vorrebbe educarli al loro stesso bene.

E non basta illudersi di controllare la vita sociale dei giovanissimi, come raccomandano, pur giustamente, le varie agenzie di prevenzione e repressione dei crimini digitali. Come controllare contenuti che si cancellano? Come controllare nickname dei Social anonimi? È impossibile e le raccomandazioni, pur buone, sono di fatto impraticabili, rendendo sensato un unico suggerimento: starne lontani. Nessuno sano di mente regalerebbe un coltello da cucina da 20 centimetri al primo compleanno di un bambino, non perché il coltello sia intrinsecamente male in sé, ma perché è intrinsecamente male il suo uso, in quel momento e da solo, da parte del bambino.
Ma siccome nella scuola, in famiglia ed anche in diverse comunità cristiane si è pallidi eredi del “vietato vietare”, difficilmente sentiremo un educatore, talvolta anche un prete, dire "non aprite quelle App!". Il “vietato vietare” si è oggi sviluppato in un altro mantra: dando dei limiti, dicendo dei no, andremmo a suscitare la curiosità dei giovanissimi; in realtà, avremmo già fatto un passo in avanti se riuscissimo a suscitare curiosità, visto che viviamo al tempo dei click che spingono a soddisfare bisogni prima che nascano l'interesse e il desiderio.
Ed è bene, infine, comprendere che, salvo lodevoli eccezioni, i Social Network usati nell'anonimato ed in gran segreto dai giovanissimi si stanno trasformando in non-luoghi dove i padroni sono l’istinto e non la ragione, il sesso e non l’affetto, la violenza verbale e non la cooperazione sinergica, la distruzione dell’altro e non il confronto tematico, l’organizzazione da branco e non la comunità. Così, gli abusi e le violenze di questi non-luoghi, fuori da ogni attenzione educativa, si riversano nei luoghi della vita reale dei giovanissimi, con tutto il carico di disagio, sofferenza morale, dolore psichico e, purtroppo, anche di ferite e morte, come ci raccontano ricorrenti fatti di cronaca, dalle ormai normali risse fuori dalle discoteche fino alle tristissime, tragiche vicende che hanno portato all'omicidio di Noemi, la 16enne pugliese uccisa dal sedicente fidanzato nel maggio 2018 e al suicidio, a dicembre dello scorso anno, di Carolina, la 14enne che non ha retto alla vergogna delle offese dei sedicenti amici sui Social.

Marco Brusati

 

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