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L'omicidio di Alatri è purtroppo maturato in un ambiente sociale con un evidente substrato di violenza diffusa.

Sono otto gli indagati per l’omicidio di Emanuele Morganti, morto dopo una selvaggia aggressione fuori dal Mirò, una discoteca di Alatri in provincia di Frosinone: pare che sia scoppiata una lite all’interno del locale, per una bevanda o per approcci a una ragazza. Non è ancora chiaro cosa sia successo, ma non importa, perché la causa è sempre gravemente insufficiente quando la conseguenza è la morte col cranio spaccato. Prima di ogni ragionamento, occorre dire, senza se e senza ma: pietà per i morti, sempre, comunque, chiunque. Tuttavia, anche una vita di vent’anni offerta sull’altare della violenza bruta può aiutare noi e la comunità di Emanuele a riflettere su cosa stiamo dando ai nostri figli. Anzitutto dobbiamo partire dal luogo, quella discoteca Mirò, dove in passato erano scoppiate altre risse, che ne fanno un ambiente umano dove la violenza era già diventata strumento per dirimere i conflitti, anche quelli banali. Questo mette fuori gioco la teoria del branco che aggredisce in seguito ad un episodio, in conseguenza di qualcosa che assolutamente non si poteva prevedere. In secondo luogo, vediamo che i due principali indiziati pare abbiano agito sotto effetto di alcol e sostanze stupefacenti, di cui, pare, erano pure fornitori: divertimento e sostanze psicotrope sono ormai un binomio indissolubile, nella testa di tante, troppe persone, non solo ragazzi e giovani, ma anche insegnanti, educatori, genitori. Non pochi luoghi del divertimento adolescenziale e giovanile, che siano case private, capannoni affittati o locali pubblici assomigliano a bolge dantesche dove i vizi non sono suddivisi per tipologia, come almeno il Sommo Poeta aveva tentato di fare. In terzo luogo, per capire meglio il contesto sociale, ci sono le reazioni delle persone comuni, che, di fronte ad una violenza bestiale rispondono con incontrollata violenza verbale, incitando azioni di giustizia vendicativa e parimenti omicida. Basterebbe scorrere il profilo Facebook denominato Città di Alatri, dove si ammette che si “erano sparse voci sempre più insistenti circa gruppi di amici e conoscenti del giovane che stavano dando la caccia ai presunti assassini di Emanuele” e che i due principali indiziati si trovavano “a casa di un congiunto, per paura di finire sotto la scure vendicatrice degli amici del povero Emanuele. In tanti, come è apparso anche su Facebook, stavano pensando ad un vero linciaggio dei responsabili dell'omicidio, anche alla luce della bestialità con cui è stato compiuto”. Su quel profilo, totalizzano migliaia di "mi piace" tanti commenti da far paura pur se riferiti ai presunti assassini, come “lasciateli in piazza... la galera sarebbe una pena troppo leggera”, oppure “stasera portateli alla fiaccolata... vedete come bruciano bene... adesso aspettiamo gli altri e facciamo un bel falò”, per citare quelli più puliti. E ad un utente che tentava di riportare gli interventi fuori dalla violenza verbale e dall'incitazione squadrista, centinaia di commentatori rincaravano la dose con commenti del tipo “dopo una roba del genere minimo minimo al rogo in piazza mentre i parenti del ragazzo tengono come trofeo le loro teste” e “questi devono essere incendiati vivi”. Dunque, qua e là ci sono appelli alla calma, inclusi quelli del gestore del profilo, ma la piazza continua a rispondere in coro incitando alla vendetta sommaria: non stiamo parlando di una reazione scomposta ad una terribile morte, ma di un ambiente dalla violenza diffusa in cui è venuto maturando anche l’omicidio del povero Emanuele. Questa violenza non promette nulla di buono e non saranno le fiaccolate a fermarla, ma un impegno educativo da parte dei responsabili delle comunità civile e religiosa a partire dai più piccoli.

Marco Brusati

 

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